
Futuro anziché globalizzazione!
Uomini Liberi anziché libero mercato !

Nel 2006 i problemi sono grandi come mai prima d’ora.
Una spirale di dipendenze, sfruttamento, imperialismo, emergenza, violenza,
povertà, distruzione delle nazioni e guerre avvolge tutta la terra e i popoli
che la vivono. Sia a Nord che a Sud dell’Equatore, si vedono uomini mutati in
belve feroci, presi in una sorta di spirale demoniaca. Uomini, ai quali pare
sembrare indifferente se tutte le specie animali spariscono dalla faccia della
terra o se vengono distrutte delle meraviglie della natura, con asce e seghe
alla mano, come la foresta pluviale, per lasciare il posto ad un parco
naturale, oppure ancora, uomini che -nell’interesse di politici senza scrupoli
e lobbies economiche - attaccano popoli nei loro territori con armi micidiali
per ristabilire una “democrazia” all’insegna del dio denaro. Ci sono poi
uomini che svendono diritti e possessi della cittadinanza a loro sottoposta a
favore dei giocolieri della finanza oppure uomini che considerano i confini
naturali delle nazioni una spina nel fianco e si sono posti come priorità,
quella indebolirli per poter raggiungere l’obiettivo di “un unico mondo”.
Tuttavia esistono anche uomini che non prendono alla
leggera tutti i problemi finora esposti e che, con nuove idee, attuabili,
cercano di migliorare il futuro ed il mondo al quale appartengono. Questi
uomini sono presenti ovunque, esattamente come i problemi a cui abbiamo sopra
accennato, li troviamo in tutti i continenti, in ogni nazione, in ciascuna
città; le loro idee, nazionali e sociali, in quanto orientate agli interessi
del popolo e della società, sono il denominatore comune di innumerevoli
combattenti per la libertà in tutto il mondo. Le idee di questi Uomini
riuniscono non solo la critica a tutta una serie di ideologie imparentate tra
loro quali capitalismo, liberalismo e - al livello superiore - la
globalizzazione, ma anche il riconoscere che queste ideologie e chi le
rappresenta sono il più grande male di questo mondo e che la rivolta va
attuata contro di loro!
Anche se i politici al potere e i rappresentanti del
capitalismo ci propinano sempre il contrario, il capitalismo e la
globalizzazione portano solo a masse consistenti di sconfitti e ad un gruppo
ristretto di vincitori. I primi sono rappresentati dalle popolazioni mentre i
vincitori sono gli speculatori, i grossi manager delle multinazionali, i
banchieri ed i politici corrotti.
Capitalismo: il nemico del popolo
Abbiamo riconosciuto che lo spirito del mercante nomade
non trova alcun freno alla sua sete di profitto, pertanto nessun popolo sulla
terra è al sicuro da un destino di massificazione. Non è un caso che la parola
capitalismo derivi dal latino "capita" che significa "capo di bestiame"
così come la parola "pecunia" ed i derivati (pecuniario, peculato ecc.)
derivino dal latino "pecus" che significa bestiame. La parola usata
per "capitale in movimento" descrive perfettamente lo spirito nomade, che si
manifesta nelle banche, borse e nei fondi d’investimento.
L’accusa ai dominatori del mondo non è una insinuazione
malvagia, ma rappresenta la logica interna del capitalismo. Sotto la pressione
dello sfruttamento di inimmaginabili masse di capitale, assetata di profitti,
la finanza internazionale ha iniziato lo scontro finale contro le economie
nazionali e le comunità dei popoli, per l’instaurazione del mercato globale.
Nel nome di globalizzazione e del liberalismo sono presenti le colonne
mondiali del capitalismo, per abbattere tutte le strutture nazionali e ogni
confine – grazie anche alle moderne tecnologie - e per trasformare le società
chiuse in aperte.
Da un mondo dalle migliaia di popoli si otterrà un
pianeta delle scimmie, il quale sarà propinato via cavo a mangiatori di fast
food che sorbiranno docili le menzogne di propaganda degli opinionisti e dei
pastori mediatici a riguardo dei pericoli del nazionalismo e razzismo. La
nazione capitalista rappresenta una contraddizione: attua la sua dissoluzione
nel mercato mondiale globalizzato. La nazione capitalistica rinuncia alla sua
funzione di protezione nei confronti del popolo e lo consegna nelle mani del
capitalismo mondiale. Il mercato libero incontrollato, le innumerevoli ondate
migratorie e manodopera straniera a basso costo distruggono la nazione nel suo
ruolo di rifugio sociale del popolo. La nazione capitalistica degenera nel
divenire luogo di investimento dei capitali e in caravanserraglio di una nuova
migrazione di popoli. Le stesse nazioni capitalistiche a loro volta si
sbranano in scommesse rovinose per attirare gli investitori stranieri
attraverso lo smantellamento dei loro meccanismi di difesa sociali, economici
ed ecologici. La nazione capitalistica distrugge la propria cultura nazionale
attraverso l’americanizzazione ("american way of life"), muta il
proprio popolo in „risorse umane“, commercializza la patria che diventa
merce, nell’ottica della speculazione edilizia, svilisce la madrepatria in
discarica abusiva a favore di un’economia dei profitti nemica dell’ecologia e
distrugge valori e tradizioni nel segno di un materialismo privo di cultura.
Nient’altro che tutto quello che possiamo vedere noi in Germania o in
qualunque altra nazione della terra.
Globalizzazione: la fase finale del capitalismo
Con il termine “globalizzazione” si intende
l’aggressione del pianeta da parte dell’economia capitalistica sotto la guida
del grande capitale. Questo ha, sebbene nomade e quindi senza un vero e
proprio punto di riferimento fisso, il suo domicilio politico-militare
soprattutto sulla costa est degli USA.
Anche se il capitalismo, in passato, non era migliore,
tuttavia rimaneva collegato a condizioni etnoculturali, politiche e sociali di
ogni singola terra, ma con la sua evoluzione in globalizzazione, tutto ciò è
stato distrutto.
Il capitale globale, che ha piena libertà di movimento,
limita il potere di controllo dello Stato, rapina gli stati stessi della loro
autonomia decisionale ed economica e porta a forme di un regime capitalistico
privo di un governo eletto dal popolo. Con la sua aggressione al principio di
territorialità, sovranità e legalità degli stati nazionali, la globalizzazione
distrugge gli unici spazi immaginabili dal punto di vista geopolitico della
sovranità popolare, a favore di anonime potenze sovranazionali. Si tratta allo
stesso tempo di un programma di indebolimento politico e di sfruttamento
economico. In Germania il successo di questo programma è inconfondibile.
Mentre i politici criticano in modo retorico il potere del capitale, spianano
contemporaneamente la strada alla logica dello sfruttamento capitalistico con
leggi mirate quali, per esempio, la cd. HARTZ IV. In questo modo è confermata
quanto da tempo evidentissimo, cioè che i politici tedeschi non sono altro che
la stampella del capitale e i fautori della decadenza della Germania. La
mobilità globale delle merci e del capitale, attraverso la mancanza di
controlli doganali e sul traffico di valuta, porta le nazioni a reddito alto
in una rovinosa competizione al ribasso con le nazioni a reddito inferiore. Il
libero mercato porta gioco-forza all’adeguamento del livello di vita al limite
più basso possibile, così i mercati nazionali e i sistemi sociali implodono.
Nel nuovo ordine finanziario mondiale si rincorrono le grosse rendite nello
spirito del principio del casinò, senza che l’impiego del capitale porti a
effetti positivi su investimenti e nel mondo del lavoro. Con la mobilità di
merci e capitali, che ha portato all’erosione delle regolamentazioni e del
monopolio dei controlli statali, il capitalismo globale costringe gli stati ad
accordargli migliori condizioni locali. Globalizzazione e criminalità
economica organizzata diventano un tutt’uno: come si dovrebbe altrimenti
denominare, per esempio, il lavoratore tedesco che viene costretto, con la
minaccia del trasferimento all’estero, ad accettare condizioni di lavoro
svantaggiose? Il costo della vita cresce continuamente come conseguenza della
capitalizzazione e globalizzazione delle terre mentre, d’altro campo, milioni
di tedeschi versano in condizioni disagiate: disoccupazione, povertà,
isolamento. Il capitale non si preoccupa di suolo, persone o standard di
vita. Questa realtà lascia già intravedere come si svilupperà il futuro,
costruito dagli affaristi privi di scrupoli per i popoli che saranno loro
sottoposti nella fase di dissoluzione: per essi ci saranno solo elemosine. A
fronte dei pochi che guadagneranno dalla globalizzazione, come per esempio i
datori di lavoro dell’import-export o quelli che provengono da terre in cui il
tenore della vita è basso e che, per poter avere un certo benessere nella loro
madrepatria, vendono la loro forza lavoro laddove il reddito è più alto, gli
svantaggi pesano su milioni di persone.
Dove si vedono i problemi
La politica dell’occupazione diventa sempre più
internazionale. Non c’è più bisogno di cercare di attirare la forza lavoro
nostrana con buoni salari. Oggi la forza lavoro si compra in tutto il mondo e
a prezzi stracciati. Poiché anche i posti di lavoro a tempo indeterminato sono
in netto calo (in America solo il 14% dei lavoratori ha un posto fisso) la
quota dei salari cala anche in questo settore. Tramite vari tipi di lavoretti,
gli americani e gli inglesi cercano, quasi fossero dei moderni lavoratori a
giornata, di sbarcare il lunario. Negli ultimi 25 anni il salario minimo
americano è crollato del 40% (Eric Schlosser, Fast Food Gesellschaft,
Riemann 2001; trad. italiana: Eric Schlosser, Fast Food Nation, Marco
Tropea Editore, 2002). Per contro, i lavoratori stranieri riescono a sostenere
le loro famiglie nella madrepatria, grazie al bassissimo costo della vita
nelle loro terre d’origine. La stessa situazione, la possiamo verificare anche
in Germania.
Le statistiche ufficiali ci rifilano solo una mezza
verità, che tace la disoccupazione nascosta, per es. tramite provvedimenti
presi dalle agenzie di collocamento, le occupazioni a orario ridotto, i
prepensionati. Mentre qui si festeggia la Germania per il suo record nelle
esportazioni, e anno dopo anno si auspica la ripresa in piccoli punti di
percentuale, la realtà sembra in effetti molto diversa. Nel 2000 gli occupati
erano ancora 39,1 milioni, nel 2005 sono scesi a 38,8 milioni. Attualmente si
registra il boom delle cosiddette occupazioni precarie, ovvero dei lavori per
i quali non è prevista la previdenza sociale. In tal modo, il crollo del
sistema sociale non ha che da proseguire. Così, mentre i „rappresentanti del
popolo“ non hanno quasi più seguito, ridotti quasi a tappabuchi, si lasciano
liberi i fautori del grosso capitale di soddisfarsi e di appoggiare ulteriori
misure di liberalizzazione e di importazione di manodopera straniera, prodotti
e aziende.
L’indipendenza economica delle nazioni viene distrutta a
favore della dipendenza dalle esportazioni e del debito pubblico. In Germania
è dato di vedere una delle situazioni più precarie: mentre, come già detto,
con orgoglio si innalza la coppa di campione mondiale delle esportazioni,
viene assolutamente ignorato lo sviluppo delle infrastrutture locali e
dell’economia nazionale, come l’artigianato o l’edilizia. Quasi ovunque,
quando si presenta fieramente la creazione di nuovi posti di lavoro, questi
servono non all’economia nazionale, ma si tratta di imprese dipendenti dal
mercato globale. La repubblica tedesca figlia del dopoguerra, registra la
perdita dello status di benessere e di potere economico attraverso
l’incremento della disoccupazione, l’erosione del sistema sociale con
l’introduzione di rifugiati e lavoratori a basso reddito dall’estero,
trasferimento delle aziende tedesche all’estero, distruzione dell’economia
nazionale con l’importazione di prodotti stranieri, enorme indebitamento degli
stati e dei privati, svendita dei beni statali e locali a speculatori
stranieri, interessi enormi dovuti all’alta finanza, limitazioni e tagli alla
spesa pubblica e nel sociale, crescita della pressione fiscale, abbandono di
interi quartieri delle grandi città, esplosione della criminalità, impiego dei
soldati tedeschi per risolvere conflitti stranieri, tributi altissimi dovuti
ad organizzazioni internazionali.
Dalla società delle masse alla comunità dei popoli
L’ultima funzione del non-stato liberale è di
amministratore dei debiti, poichè ha da servire l’alta finanza come macchina
da tassazione. Non è un caso che, nella democrazia partitica, indebitamento e
pressione fiscale abbiano raggiunto livelli prima inimmaginabili. Non è una
democrazia del popolo ma della finanza. La società delle masse, fluttuante e
priva di una forma ben definita, con il suo odio generazionale e di classe,
individualismo ed egoismo, il suo potenziale di conflitti etnici e religiosi,
deve essere di nuovo sostituita da una comunità di popolo omogenea e legata
al territorio, l’unica in grado di garantire al singolo un legame forte con il
popolo stesso e la patria. Unisce le forze del popolo per la costruzione della
cultura nazionale, in grado di ri-tramutare gli individui, divenuti merce,
nuovamente in uomini nel pieno possesso del loro orgoglio e volere, che non si
ergano a padroni dei loro simili ma del destino del proprio popolo. Nella
società delle masse, che si compone di nomadi, schiavi, sfruttati e decadenti,
tutto ciò non è più possibile.
Solo chi è incapace di intendere e di volere, non può
non riconoscere questa semplice realtà: la società delle masse in movimento è
una società mobile e fluttuante priva di consistenza, stabilità e durata. Essa
è caratterizzata dall’insicurezza e dal continuo adeguamento di tutte le
condizioni economiche. La mobilità distrugge tutte le società familiari,
stirpi e popoli. Al termine di questo processo troviamo cellule, atomi che non
sono più membri di un organico ma solo pezzi di una quantità informe.
L’individualizzazione è paragonabile a una macchina che tritura il legno in
truciolo per poi pressarlo in fogli di truciolato. In contrapposizione al
legno, organico, i fogli di truciolato sono di minore qualità, si sciolgono
presto attraverso l’azione degli agenti atmosferici. Questa immagine del legno
e del truciolato rende l’idea della differenza tra stato organico e società di
massa.
Il potenziale di conflitto nella società di massa sale
vertiginosamente a causa della mobilità etnica (migrazioni). La
contrapposizione economica tra le classi viene inasprita attraverso la
contrapposizione etnica tra popolazioni autoctone e straniere: le popolazioni
che migrano portano con sé le proprie problematiche e conflitti che risolvono
poi con disinvoltura sul suolo ospite. Per guadagnarsi un posto nella nuova
società, gli immigrati usano l’arma della sostituzione: aggrediscono la terra
ospite non con carri armati, ma con carrozzine. Da postulanti e bisognosi
d’aiuto, si trasformano così in occupanti civili. Mentre reclamano uguali
diritti, contestano alle popolazioni locali i loro diritti, e attuano
un’aggressione ai diritti umani fondamentali. Dove gli immigrati non sono
cresciuti con le richieste della società industriale, conquistano la loro
parte di prodotto nazionale con metodi criminali. Gran parte degli immigrati
sono fonte di vari problemi: in qualità di disoccupati con prole numerosa,
sovraccaricano il sistema sociale, come fornitori di mano d’opera a basso
costo, distruggono gli standard nazionali, facendo in tal modo gli interessi
del capitale.
La società di massa offre ai manager inimmaginabili
chance di mercato per distruggere condizioni di malattia sociali e culturali.
Lo stato di emergenza sociale, spirituale e fisico, è diventato fonte di
profitto per i commercianti di umanitarismo, per le multinazionali della
compassione e i bottegai dell’anima che si pascono delle offerte e le
elemosine che piovono sui loro conti e che vanno a ingozzare un’enorme
burocrazia amministrativa. La società di massa viene chiamata spesso dai suoi
burattinai „società dei servizi”; in realtà si tratta di una macchinazione ai
danni del “cliente”: rapaci prestatori di servizi con pessimi prodotti e
personale non qualificato tartassano i clienti e li trattano non come “re” ma
come pezze da piedi. Presupposto per migliorare l’uomo è la nazionalizzazione
delle masse attraverso il rilancio di strutture locali ("ritorno alle radici",
"ritorno alla terra").
La lotta contro un nomadismo privo di patria
("migranti"), che tende a diventare più diffuso nella società liberale, è da
ricondurre a effettive misure legislative che portino a riancorare le persone
al loro suolo e territorio,. Col tempo questo porterà a un’atmosfera nella
quale i nomadi non si sentiranno a loro agio e che li porti a cercare altrove
il loro posto. Contro l’umiliazione dell’uomo, messa in atto dal capitalismo,
il nazionalismo combatte con la sua idea di ordine sociale della società dei
popoli. Esso deve restituire agli uomini le radici e i legami con la famiglia,
la patria e il popolo, distrutti dal capitalismo. Dall’individuo, dalla merce
umana si deve di nuovo ottenere un Uomo che sia parte organica del suo popolo,
conosca la sicurezza sociale e presti la sua opera per un lavoro che giovi a
tutta la comunità.
Dal luogo Germania alla nazione sovrana e consapevole
La nazione è un rifugio sociale. Solo attraverso
l’isolamento dalla concorrenza della merce straniera a poco prezzo e regolando
l’economia interna in modo che sia indipendente dai livelli dei costi nel
mondoè possibile mantenere i redditi interni alti. Se questo meccanismo
protezionistico viene a mancare, il capitale mobile può fare sviluppare
differenti salari e prezzi, in modo che le economie nazionali vengano in
conflitto tra loro e i popoli possano essere depredati attraverso riduzioni
drastiche dei salari e abbassamento dei prezzi. Attraverso la minaccia di
trasferire le aziende all’estero, il ritiro di investimenti e l’introduzione
di masse pronte a lavorare a salari minimi, si possono esercitare pressioni
sulle associazioni di categoria e far ribassare le tariffe. Solo la nazione
può porre dei limiti al potere del Capitale. La nazione è oggi l’unico luogo
in cui sia possibile la rivolta contro la globalizzazione capitalistica. In
questo senso, la nazione è la piazzaforte del sociale; la nazione è il posto
della solidarietà nazionale e della rivolta contro il mercato cosmopolita, che
dissolve le nazioni nel mercato globale e muta i popoli in masse, un gregge di
"risorse umane" da mortificare.
Il luogo in cui un popolo vive è anche il luogo in cui
trova il suo sostentamento. Il popolo è salvaguardato dall’oppressione della
politica estera e delle crisi economiche mondiali quando può disporre di mezzi
di sostentamento che provengono dal suo stesso territorio (attraverso la
costituzione di una regolamentazione del mercato agrario con prezzi statali e
vendite garantite per gli agricoltori e parimenti limitazioni alle
importazioni dall’estero di prodotti dell’agricoltura, se non nei casi di
effettiva necessità). Poiché il suolo di un popolo non si moltiplica da solo,
accanto allo sfruttamento economico del terreno si deve anche pensare alla
cura ecologica del medesimo. La speranza in una presunta solidarietà
internazionale è un’illusione borghese: tutto ciò di fronte alle diverse
condizioni e mentalità dei popoli è inattuabile. Nessuno potrà addomesticare
il Moloch della banca internazionale e della borsa.
La sinistra ha deriso il socialismo popolare con la sua
aspirazione a riutilizzare i ricavi all’interno dell’economia nazionale,
lottando contro la finanza internazionale.
E nonostante ciò, crede di poter avere da raccogliere
frutti sul piano internazionale con le banche e le borse, un piano nel quale è
il potere del denaro a stabilire le regole. Poiché questo non funziona, i
sostenitori della sinistra si impegnano con carovane di solidarietà
internazionale e frasi ad effetto. La politica carnevalesca del carrozzone
antimondialista si può riassumere in una frase:
"Teatrino globlale invece di libertà nazionale!"
Il più internazionalista dei socialisti stesso dovrebbe
finalmente riconoscere, che il capitalismo non può venire soppresso
dall’internazionalismo: l’internazionalismo è per il capitalismo un vero e
proprio elisir di lunga vita. Con "nazionalismo" si intende la volontà
politica di salvaguardare le popolazioni di discendenza locale e le comunità
del luogo (popolo) indirizzandoli alla autostrutturazione ed autorganizzazione
del proprio spazio vitale (patria) in uno stato nazionale (la nazione) con lo
scopo dell’autoderminazione interna ed esterna, dell’indipendenza economica,
della difesa militare e dell’autorealizzazione culturale, in base alla propria
identità.
La politica economica nazionale persegue la
realizzazione di strutture economiche regionali. Assicura agli abitanti lavoro
e pane. Tutte le autorità statali e le aziende private (banche comprese!)
devono dare priorità all’economia locale: questo significa anche un
sostanziale sostegno del ceto medio e dell’agricoltura.
Le esportazioni sono da ridurre a un significativo
scambio con l’economia delle altre nazioni; l’economia di esportazione è
orientata ai profitti e danneggia l’economia interna in due modi diversi: la
produzione avviene all’estero in tal modo sottrae alla propria terra stipendi
e tasse; i prezzi bassi all’estero devono essere pagati da alti prezzi
all’interno. Molto di quanto viene importato non è necessario, non si
esporterebbe in eccesso. La Germania nel 2005 ha esportato per 1000 miliardi
di dollari all’estero ed importato per 800 miliardi di dollari. Il presunto
surplus di 200 miliardi di dollari in realtà non esiste, perché gran parte
dell’export delle ditte tedesche viene in realtà prodotto all’estero. Ciò che
rimane, infine, è una perdita di 1000 miliardi di dollari, causato alla
Germania dalla politica delle esportazioni.
Il denaro dovrebbe venir reinvestito nelle terre in cui
viene prodotto, nel segno di una politica economica equilibrata. Come abbiamo
già detto all’inizio, ci sono molte persone che si sono lasciate convincere
dai media pilotati e dai politici rappresentanti di questo sistema, che lo
sviluppo del capitalismo è naturale e inarrestabile e che tocca agli uomini e
alla politica adeguarvisi. Questa è una delle peggiori menzogne dette dagli
ambienti interessati i quali portano a rassegnarsi e ad adattarsi. Esistono,
tuttavia, sempre più uomini che si stanno svegliando dal loro sonno e
riconoscono l’esistenza di alternative al sistema attuale.
Anche gli sviluppi mondiali parlano la lingua del
cambiamento
A causa della perpetrazione di guerre d’aggressione,
restano agli USA ancora pochi alleati di incerto carattere: gli imperialisti
vengono lasciati sempre più da soli. Anche in Europa si moltiplicano le
avvisaglie di chi cerca di sottrarsi alla stretta mortale del colosso
americano. L’asse della pace costituito da Francia, Germania e Russia in
occasione dell’aggressione angloamericana all’Iraq (2003) ha significato una
sensibile sconfitta dell’imperialismo americano. Il tentativo degli USA di
prendersi non solo i pozzi petroliferi del medio oriente, ma anche quelli del
Caucaso, significa non solo un monopolio dell’aggressione, ma anche un
monopolio dei razionamenti, esercitato dagli USA nei confronti degli altri
stati della terra, che in un futuro dovranno essere dipendenti da Washington
per il loro fabbisogno di petrolio. Dato che in USA le scorte di petrolio
scarseggiano, (a causa dei consueti sperperi propri all’America), gli USA per
la loro autoconservazione devono condurre guerre in Arabia, Africa, Medio
Oriente, Sudamerica. In questa lotta per il petrolio Russia, Cina, Giappone ed
Europa sono i più importanti concorrenti. In questa costellazione, si crea
l’abbozzo di un asse antiamericano eurasiatico.
Nella piena consapevolezza del suo trionfo su scala
mondiale su "feudalesimo, fascismo e comunismo" il capitalismo mondiale ha
perso ogni inibizione e con l’aiuto delle sue portaerei americane, pratica una
politica del terrore e dello sfruttamento su scala mondiale: nel suo
accecamento l’imperialismo occidentale commette i più grandi errori e delitti.
Preso dalla sua grande illusione, si sta scavando la fossa da solo. Gli USA
non riusciranno a mantenere nel tempo questa politica imperialista di
aggressione: già oggi l’impero americano risente non solo delle contraddizioni
interne, ma anche dell’indebitamento e dell’eccessiva pressione sui cittadini,
ai quali non vengono risparmiate le guerre con le perdite inevitabili che le
accompagnano. Anche se gli USA sono un impero, la popolazione americana non
rappresenta un popolo imperiale, pronto a sacrificarsi, se necessario. Infine,
anche molti americani si stanno chiedendo perché debba toccare a loro togliere
le castagne dal fuoco ad un’oligarchia finanziaria straniera.
Un blocco euroasiatico potrebbe rappresentare non solo
un elemento di difesa antimperialista, ma anche un nuovo elemento all’interno
di un ordine mondiale orientato verso i popoli. Questo nuovo ordine mondiale
dei popoli dovrebbe sostituire la signoria delle banche.
Mentre la signoria mondiale persegue la monopolizzazione
di tutte le ricchezze della terra nelle mani di una plutocrazia
internazionale, l’ordine mondiale vuole il sano scambio economico tra tutti i
popoli della terra, distribuiti sui loro territori e nei loro rapporti
biologici. All’interno il socialismo nazionale persegue una comunità di
popolo, per l’esterno la società dei popoli. La lotta per la libertà nazionale
si rivolge contro l’ingerenza delle organizzazioni finanziarie internazionali
(Banca mondiale, IWF, WTO, ecc.) e contro le burocrazie sovrastatali
(Commissari Europei) nelle questioni di politica ed economia interna:
Il "mondo del capitale" deve essere sostituito dal
"mondo delle migliaia di popoli". La "maledizione del denaro" deve essere
superata a favore della "benedizione della terra".
Motto della nazione: „Futuro anziché globalizzazione“
La campagna nazionale e sociale si colloca sotto il
motto „futuro anziché globalizzazione“ e i suoi fautori sono consapevoli, che
in un mondo globalizzato non c’è alcun futuro per il popolo e per gli Uomini.
Tanti, soprattutto in Germania, si rassegnano al motto „il denaro governa il
mondo“ che descrive l’odierna realtà. Esistono, però, sempre più persone in
tutto il mondo che si oppongono allo sfruttamento. Il processo di
globalizzazione porta alla de-nazionalizzazione, ma dall’altro lato sveglia
negli uomini anche istiniti che portano alla ri-nazionalizzazione. Ovunque si
affacciano sulla scena mondiale movimenti identitari che si oppongono alla
dittatura del capitale globale: se si guarda anche solo alle rivolte di massa
contro i summit delle nazioni industrializzate, si può scorgere la luce in
fondo al tunnel.
Non si tratta di ideali irraggiungibili da rincorrere.
Molte volte nella storia del passato - e anche nel presente - è stato provato
che è possibile opporsi alla tirannia del capitale e allo stesso tempo non
finire isolati. L’esistenza del proprio popolo e la sopravvivenza dello stato
si possono realizzare anche senza dollari, libero mercato, borse, o
commissioni europee.
Affrontiamoli!
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