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Gianantonio Valli Il prezzo della disfatta. Massacri e saccheggi nell'Europa "liberata" Edizioni Effepi, 2008, 190 pagine con appendice fotografica, 22,00 euro Richiedere a: Effepi Edizioni, Via Balbi Piovera 7 - 16149 Genova Telefono: 010 6423334 Cell. 338 9195220 Posta
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http://www.effepiedizioni.com/ Consiglio attenta lettura del volume "Il prezzo della disfatta" di Gianantonio Valli trentesimo della serie "Fatti e documenti" delle Edizioni Effepi. Con la solita precisione Valli ricostruisce un pezzo importante della storia europea accuratamente occultata dai vincitori. L'agiografia tessuta dai media omologati fatta di ragazzoni yankee sorridenti, eroici sovietici e folle esultanti è completamente distrutta da questo minuzioso studio che analizza i fatti accaduti senza i paraocchi d'ordinanza della cosiddetta "storiografia ufficiale". I quattro capitoli in cui si articola il volume descrivono la spietata vendetta degli squadroni della morte ebraici auto nominatisi "vendicatori" (ennesima figuraccia postuma di Indro Montanelli che, in una rubrica del Corriere della Sera del 6 giugno 2006 sostenne che i massacri effettuati e documentati di queste bande fossero "una bufala antisemita"). Il grande olocausto scientificamente programmato della popolazione tedesca e di quanti avevano combattuto con l'asse per opera dei "liberatori" americani, russi, francesi ed inglesi: centinaia d’episodi documentati e mai presi in considerazione dalla "giustizia dei vincitori" che da Norimberga in poi si sono arrogati un’indiscussa superiorità morale sui vinti. Le migliaia di stupri, assassini di massa, bombardamenti di civili, deportazioni, saccheggi sono dettagliatamente documentate dal libro di Valli che demolisce dalle fondamenta la visone manichea che ancora oggi tenta di nascondere agli europei la realtà di quella che fu la tragedia e l'occupazione del loro continente. Gli ultimi due capitoli sono dedicati ai "campi della morte" nella zona d’occupazione sovietica e ai saccheggi e ruberie compiuti a danno della Germania e del resto d'Europa dai vincitori. Il libro è anche un doveroso ricordo per i ragazzi, spesso giovanissimi, che intrapresero una lotta disperata nel movimento di resistenza Werwolf (vedi http://www.thule-italia.net/ns/WERWOLF.pdf ) e che pagarono la loro militanza con anni di carcere, deportazioni, torture e spesso la morte. Esemplare di questo destino tragico l'ultima immagine nell'appendice fotografica del libro.La corposa bibliografia del testo sarà inserita nel libro di Gianantonio Valli "I complici di Dio - Genesi del mondialismo" di prossima uscita per i tipi della Effepi.Harm WulfNota editoriale"Dopo tanti panegirici, libri, documentari, dopo tanti film tesi a glorificare gli alleati, meglio gli anglo-franco-americani, un po' meno i russi ed il loro senso dell'onore e della giustizia, mai disgiunto da un profondo amore per l'umanità intera ad eccezione dei "nazi", dei "fasci" e dei "musi gialli", ma quelli - si sa! - non sono esseri umani, ma solo espressione del "male assoluto", può sembrare blasfemo mettere in dubbio cotanto mito, una così bella immagine dipinta a tinte pastello e con una ricca cornice che, di certo, vale più del contenuto. Ma le democratiche angherie, i democratici furti, i democratici stupri, le democratiche deportazioni, la democratica spoliazione di popoli interi - tutti ampiamente dimostrati e di libero accesso, purché si voglia sapere - fanno impallidire il vae victis di Brenno, la sua spada, l'oro di Roma, ed il comportamento del barbaro appare quello di un lestofante di quartiere contrapposto ad una multinazionale del crimine. Non soddisfatti di aver smembrato la Germania, deportato alcuni milioni di tedeschi, rubato - questo è il termine - brevetti del valore di centinaia e centinaia di milioni di dollari di allora, razziato i migliori cervelli e i macchinari più moderni, lasciato la popolazione al freddo e alla fame, chiuso un occhio su vendette e regolamenti di conti - quando non li hanno deliberatamente provocati - gli alleati hanno ritenuto di dover perpetuare la propaganda del tempo di guerra ed anzi di ingigantirla. Dopo e grazie ai processi di Norimberga e di Tokyo sono riusciti ad imporre una visione democratica del mondo che, unita ad un linguaggio ipocrita, ha infettato il pianeta, e in modo particolare i tedeschi, riducendo un popolo fiero ed orgoglioso ad una poltiglia tanto politically correct quanto insulsa e maleodorante. Ancor oggi, a due generazioni abbondanti dalla fine della guerra, i vertici politici ci propinano quotidiane professioni di antifascismo senza temere, un po’ perché conoscono i loro polli e un po’ per incapacità congenita nel formulare un pensiero originale, una mitridatizzazione dei sudditi. Le teorie più bolse vengono riproposte quasi fossero l’ultimo guizzo intellettuale ed è così che dopo una quarantina d’anni rispuntano il “patriottismo costituzionale” ed altre facezie degne più di un bar dello sport che non di assemblee legislative. In questa fiera delle vanità dove tutto può servire e nulla si spreca - come per il maiale - un illustre personaggio è arrivato a proporre come festa nazionale l’8 settembre 1943. solo una cinquantina abbondante di milioni di decerebrati quali siamo poteva ascoltare un tale appello senza sentire l’impellente necessità di spernacchiare il proponente. E’ possibile, lo diciamo senza acrimonia, che l’altezza del colle e l’età non verde della persona abbiano concorso a determinare una carenza di ossigeno al cervello con i danni che ne conseguono. Per fortuna, per loro fortuna, masticazione e digestione non paiono risentirne, infatti questa lunga teoria di residuati della resistenza avrà, forse “salvato” l’Italia, ma di certo l’ha spolpata fino all’osso. Circa poi i “valori costituzionali condivisi” ci sembra che chi li caldeggia come una sorta di conditio sine qua non del moderno vivere civile, sia alquanto debole in aritmetica e soffra di parziale amnesia. I 556 deputati eletti il 2 giugno 1946 non contemplavano al loro interno diverse forze politiche come, ad esempio, i monarchici, non come singoli individui, è ovvio, ma come partito, né tanto meno quei quattro nostalgici che avevano creduto nel “male assoluto” e che pure, pochissimi anni prima, erano milioni. Alle votazioni mancavano – e non per loro volontà – tutti quegli italiani che non erano ancora rientrati dalla prigionia: un numero che da solo avrebbe superato più e più volte quello dei votanti del tanto strombazzato partito d’azione (1,5%) e le decine di migliaia di coloro che erano stati democraticamente epurati. Condividere è bello purché la proposta non sia settaria, da trangugiare così com’è, e sia soprattutto incentrata su un patrimonio comune. Se da una parte, per quanto numerosa della popolazione – e qui siamo ben lontani – avendo vinto, o meglio essendosi schierata con chi ha vinto e ci ha messo ai ceppi, si arroga il diritto di scrivere la sua Magna Charta può solo, avendo le forze di polizia al suo servizio, pretenderne il rispetto, ma non può sperare, oggi, in una condivisione che avrebbe richiesto ben altri presupposti. Dalla lettura delle dense pagine di quest’opera abbiamo ricavato, insieme alla conoscenza provata di una lunga sequela di episodi indegni di sedicenti democratici, un sentimento di desolata impotenza e di accorato dolore. Ci è inoltre balenata un’idea, forse balzana: dopo tante presunte oscenità imputate ai vinti e perpetrate dai vincitori la classe dirigente degli uni e degli altri, ha, sia pure per motivi diversi, ma non opposti, la necessità di perpetuare una certa propaganda – ne va della sopravvivenza e del potere! Ci permettiamo solo di ricordare, è una vecchia reminescenza liceale, che non est procedere in infinitum, e che qualora mutassero le condizioni generali potrebbero tornare a prevalere il buon senso e la memoria con tristi conseguenze per tutti coloro che hanno fatto strame della verità e hanno usato le loro e le altrui nazioni come greppia. FMP
Rutilio Sermonti, Noi e loro, storie di uomini e bestie, prefazione di Nicola CospitoCasa editrice Diana.Euro 20,00 + 2,28 di spese postaliSermonti è un combattente che non si è mai arreso, passando dalle trincee del secondo conflitto mondiale alle armi della penna e della matita che, insieme al pennello, padroneggia a meraviglia. La sua produzione è simile ad una cascata in piena e, mano a mano che va avanti con gli anni, la sua vena creativa mostra un sorprendente crescendo esponenziale. Questa raccolta di racconti, oltre a testimoniare il grande amore di Sermonti per gli animali, spesso più saggi degli uomini, rappresenta una vera e propria incursione dell'autore nella natura con i suoi segreti più arcani e con i suoi misteri che rimandano ad una trascendenza cui l'uomo modermo invano cerca di sottrarsi.Il volume può essere richiesto al mittente.
“E poi ancora e ancora pur di arrivare in qualche angiporto parlamentare… Capisci, è un discorso vecchio… Loro fanno i giochi e i giovanissimi che ancora vanno in piazza finiscono in galera. E t’incazzi perché ti accorgi che in loro, nei più giovani, ci sarebbero anche una purezza e una disponibilità ideali”.
Non conosce
mezzi termini, Paolo Signorelli, e è capace di grande vis
politica. Lo dimostra efficacemente la lunga intervista che Giuliano
Compagno ha raccolto nel volume intitolato, semplicemente, Paolo
Signorelli (pagg. 112, euro 12), nel quale si ripercorre, passo dopo
passo, ostacolo dopo ostacolo, il cammino in salita di un tenace
lottatore.
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