CENTRO STUDI SOCIALISMO NAZIONALE



REDAZIONE - GERARCHIA

Per chi vuole ascoltare il nostro portavoce:
http://www.militiacomo.org/joomla/mp3/quale-alternativa.mp3

"Il simbolo che rappresenta il Centro Studi SN è formato da un cerchio rosso recante all’interno, sulla parte alta la scritta: SOCIALISMO, sulla parte bassa la scritta: NAZIONALE con all’interno un campo rotondo a sfondo bianco in cui campeggia al centro una grafica nera composta da una S stilizzata con freccia tendente verso il basso che interseca una N e tra loro collegate  nella prima linea e la scritta RSI inserita sotto tra l'inizio della S e la fine della N, così come appare."

Rispetto ai presunti "valori di destra" che identificano gruppi politici che fanno riferimento ad aree reazionarie ed economiciste venate da teo-conservatorismo, si conclude una fase in cui - per necessaria e dovuta contrapposizione ad un progetto che non ricalcava gli intendimenti iniziali di alternativa sociale - siamo stati costretti in principio ad inventarci un nome - "Sinistra Nazionale" - che servisse chiaramente nella sua parte nominalistica (e solo in quella) a eliminare ogni contiguità con un percorso che si andava allontanando pericolosamente e pervicacemente da un progetto originario non sufficientemente, secondo noi, difeso con coerenza da tutti i soggetti di quel cartello (a partire dall'ambigua Floriani Mussolini). Nella fase nuova che va ad aprirsi con il partito popolare italiano ispirato da Berlusconi, e con il coinvolgimento interno alla sua destra a figure e gruppi che si richiamano a non chiare ispirazioni semplicisticamente "nazionaliste", noi non sentiremo più la necessità di marcare una distanza che sarà palese per tutti proprio a partire dai contenuti progettuali e programmatici e di modelli ispiratori. Tanto più che tale operazione é speculare a sinistra con il Partito Democratico e la reiterazione di una estrema "cosa rossa" (grettamente socialista massimalista con venature marxiste-leniniste e di integralismo ambientalista), che - DI FATTO - assume l'egemonia del nome sinistra pur con varie desinenze: "democratica", " europea", "arcobaleno", "critica" con ciò marginalizzando anche una desinenza (perché tale rimane) come "nazionale" che perde ogni originale propulsione. Inoltre linea dirimente per ogni logica di appartenenza di schieramento é allo stato attuale rappresentato dal modello di approccio alla politica estera: per quanto ci riguarda esso non ci può vedere che distinti e distanti da ogni "servitù" filo-atlantica - CHE NON CI APPARTIENE PER STORIA,CULTURA, TRADIZIONE, COMUNITA' E PRINCIPI DOTTRINARI - e il conseguente appiattimento "occidentale" che rimane un'altra parola vuota e senza senso, oggi molto più di ieri. A questa "idolatria" - che comunque investe tutti; dai "neo-popolari" per passare al centro ed arrivare anche a SINISTRA - noi contrapponiamo la Dignità di appartenenza alla Comunità europea dei Popoli ed una visione eurocentrica nel solco dell'epopea rivoluzionaria socialnazionale del XX secolo che deve ancora essere compiutamente portata a termine. La battaglia continua perché la guerra non é mai finita. Dunque nel prosieguo della nostra azione politica ciò che potevamo definire anche - a maglie larghe - "Sinistra Nazionale" non é più compatibile con i nuovi scenari e perciò, più compiutamente e più sinteticamente, dobbiamo rimarcare la unicità e l'originalità del; "SOCIALISMO NAZIONALE " CHE VERIFICHERA' NEI CONTENUTI E NEL PROGETTO SE OFFRIRE IL PROPRIO CONTRIBUTO DI IDEE E DI MILITANZA A FORZE POLITICHE DICHIARATAMENTE ALTERNATIVE AL PENSIERO UNICO DEL PD E PDL CHE NON RINNEGHINO RADICI STORICHE FONDAMENTALI DELLA NOSTRA NAZIONE E CHE RIFIUTANO L'ASSERVIMENTO ALLA OMOLOGAZIONE DELLA "CASTA". 

MANIFESTO CULTURALE

VALORI DEL SOCIALISMO NAZIONALE 

Coordinamento "MARIO GRAMSCI" rete di COMUNITA' di SOCIALISMO NAZIONALE 28 ottobre - 

Sì, siamo fatti così, eretici e stramaledetti rompicoglioni, ed é per questo che abbiamo deciso di intitolare il nostro "Coordinamento delle Comunità Socialiste Nazionali" al nome glorioso, anche se oggi sconosciuto ai più, di MARIO GRAMSCI , fratello del più noto e celebrato Antonio (da morto, perché in vita ebbe anche lui le sue disavventure con i compagni comunisti, come andremo a raccontare in seconda battuta !). Mario fu nominato federale della Federazione fascista di Varese subito dopo la Marcia su Roma. Fu un Italiano autentico ed un valoroso combattente in Africa orientale e in Africa settentrionale, dove si guadagnò decorazioni al V.M. Preso prigioniero dagli alleati anglo-americani venne portato in Australia. Qui, essendosi rifiutato di collaborare con il nemico , venne confinato in un campo di punizione insieme ad altri irriducibili. Il duro trattamento ricevuto e la lunga prigionia minarono fortemente la sua salute. Rientrò in Italia gravemente malato e morì poco dopo a soli 52 anni. Essendo morto da mussoliniano - da socialista nazionale - convinto, il P.C.I. fece sparire a suo tempo, lettere, scritti e persino il ricordo. Lo ricordiamo noi ai pochi italiani mentalmente sopravvissuti alla barbarie mediatica affinché lo onorino, ma lo indichiamo anche, come esempio di coerenza, ai numerosi cialtroni versipelle del nostro cosiddetto paese. Stelvio Dal Piaz 

IL NOSTRO ONORE SI CHIAMA FEDELTA' Milano: 23 Marzo 1919 Fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento 

di: Alberto B. Mariantoni 

Il 23 Marzo del 1919, quando ebbe luogo a Milano la prima Assemblea costitutiva dei Fasci Italiani di Combattimento, nessuno o quasi, in Italia ed all'estero, si accorse di quella riunione, né tanto meno della portata storica, politica, economica, sociale, culturale ed esistenziale di quell'avvenimento. Prova ne è, le classiche ed asettiche dieci righe di formale resoconto che apparvero il giorno dopo sull'esclusiva cronaca locale di alcuni quotidiani milanesi. Ed era normale che così fosse stato! Convocata a soli quattro mesi dalla firma dell'armistizio di Villa Giusti (4 Novembre 1918) e dalla fine per l'Italia della Prima Guerra mondiale, quella storica «adunata» - non solo era stata distrattamente equivocata o confusa dagli osservatori esterni con uno qualunque dei tanti convegni patriottici organizzati in quell'epoca dagli ex-interventisti e/o ex-combattenti, ma - non aveva nemmeno avuto il tempo materiale di essere adeguatamente pubblicizzata né ponderatamente ed appropriatamente organizzata dai suoi stessi specifici promotori. In altre parole, considerando che le situazioni di contingenza del Paese fossero più che mai imperiose ed incalzanti, l'allora direttore del "Popolo d'Italia", Benito Mussolini, e quello sparuto manipolo di camerati che lo attorniava e lo sosteneva sin dal 1914-15, avevano per così dire tentato di anticipare gli eventi che immancabilmente si avvereranno nei mesi successivi e, di conseguenza, avevano goliardicamente e copiosamente improvvisato. L'annuncio per la convocazione di quell'Assemblea, infatti, dopo un primo fugace appello lanciato dal futuro Duce l'11 Gennaio del 1919, aveva incominciato ad essere sistematicamente pubblicizzato, sul «Popolo d'Italia», soltanto a partire dal 2 Marzo dello stesso anno. Cioè, esattamente diciannove giorni prima dell'incontro preparatorio (21 Marzo ) di quel convegno e ventuno, dall'effettiva data di quel fatidico raduno (23 Marzo). Risultato: alla vigilia di quell' «importantissima riunione» (come lo stesso Mussolini l'aveva fin lì definita), l'iniziativa in questione era riuscita a malapena ad attirare o a suscitare, in tutta la Penisola , soltanto 400 adesioni individuali (verbali o scritte) ed una trentina di conferme collettive di sostegno da parte di qualche associazione di reduci, di mutilati e di studenti. Il 23 Marzo del 1919 - la data scelta dai futuri Sansepolcristi - era una domenica come tante altre. Milano - svestitasi temporaneamente del suo tradizionale e laborioso dinamismo feriale - si era, in quel giorno, apaticamente risvegliata sotto un'intermittente e noiosa pioggerellina primaverile. E piazza San Sepolcro, raramente frequentata nei giorni festivi, appariva agli occasionali passanti, appena un po' più animata del solito. Già dalle prime ore del mattino, infatti, diversi capannelli di persone, incuriosite o interessate, si erano spontaneamente costituiti dal lato opposto dello stretto piazzale che tuttora fronteggia la prominente basilica affiancata dai due caratteristici campanili romanici. E quell'inconsueto e sorprendente assembramento - con la sua attenzione principalmente rivolta all'indaffarato andirivieni che regnava davanti al portone d'ingresso del neoclassico ed, in quel tempo, abbastanza malridotto e fatiscente Palazzo Castagni (sede designata per quella riunione) - faceva da estemporanea e surreale cornice al quadro piuttosto assembleare e senz'altro effervescente di quel rumoroso e singolare convegno. All'interno di Palazzo Castagni - sede in quel tempo del Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli della provincia di Milano ed i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non certo «benevolmente concessi» dai responsabili del Capitalismo lombardo, come ebbero più tardi a pretendere i cosiddetti antifascisti della venticinquesima ora! - c'era di tutto: combattenti, arditi, volontari e mutilati della Prima Guerra mondiale, studenti, operai, commercianti, imprenditori, liberi professionisti, disoccupati, poeti, artisti, ex-interventisti, socialisti rivoluzionari, sindacalisti, anarchici, nazionalisti, futuristi, repubblicani, monarchici, massoni e, perfino, alcuni israeliti. E fu davvero un «miracolo» che la risicata e tetra «sala dei Commercianti» di quel Circolo riuscisse addirittura quasi a riempirsi con un centinaio di presenze effettive,tra cui - oltre i soliti curiosi e qualche poliziotto in borghese - soltanto 53 o 54 delegati dei nascituri Fasci. Un reale fallimento, da un punto di vista formale. Ed uno strabiliante ed incalcolabile successo, se viene presa in considerazione la specifica qualità e la profonda sostanzialità di quell'avvenimento! Quel giorno, infatti, al di là delle roboanti e bellicose dichiarazioni di principio che furono immancabilmente pronunciate dai diversi intervenuti, non furono soltanto gettate le basi di quello che più tardi diventerà il Fascismo Italiano. Quel giorno, se vogliamo, venne ri-inaugurato l'antico, naturale, umano e sempre valido metodo di fare politica all'interno della società: fissare, cioè, un obiettivo o uno scopo da raggiungere e chiamare indistintamente ed indiscriminatamente a raccolta tutti coloro che direttamente o indirettamente - al di là di qualunque schema ideologico, politico o partitico preconcetto - sono pronti con il loro cuore, il loro spirito, la loro mente e/o le loro braccia ad implicarsi personalmente e concretamente in quell'impresa comune, per tentare di contribuire quotidianamente e fattivamente alla libertà, all'indipendenza, all'autodeterminazione ed alla sovranità del proprio Stato, nonché al benessere, alla fierezza ed alla dignità del Popolo e della Nazione di cui si fa parte. Ancora oggi, persino tra gli stessi «Fascisti» o presunti tali (il più delle volte, politicamente ottenebrati dalla rituale e ciclica "corsa alle sedie" democratica o ideologicamente forviati da più di cinquant'anni di quotidiana e ossessionante propaganda antifascista.), ci si continua a meravigliare che un tale avvenimento abbia potuto effettivamente realizzarsi. Oppure, che - in quell'occasione - "tutto" ed il "contrario di tutto" abbia potuto incoerentemente ed inverosimilmente confluire in quel modesto e contraddittorio alveolo e, da irrisorio e maldestro ruscello, trasformarsi dapprima in torrente impetuoso ed, in seguito, in fiumana straripante e travolgente. Oggi, tentare di descrivere quel particolare episodio della nostra Storia, sembra davvero come raccontare una favola. Eppure, fu semplicemente Storia. Storia di uomini e di volontà umane che tenacemente vollero ed arditamente e decisamente seppero raggiungere l'obiettivo che si erano liberamente e sinceramente imposto di conseguire. Quella loro Storia, ancora oggi, se ancora ce ne fosse bisogno, è là per dimostrare al mondo che quando si vuole, si può. E che il semplice buon senso e l'antica «arte del fare», quando sono opportunamente «conditi» con un po' di coraggio e di abnegazione umana, oltre ad essere la migliore ricetta di ogni sana politica, sono sempre in grado, in ogni momento della Storia, di sconfessare qualunque tipo di teoria preconcetta ed, allo stesso tempo, di contraddire, inficiare o stravolgere qualsiasi preteso, inevitabile o dogmatico "senso della storia"! 

 IN MEMORIA DI BEPPE NICCOLAI

"Denunciare i nemici mortali che sono dentro di noi: la partitocrazia che genera professionismo politico contro la militanza; la casta contro l’impegno morale; la burocratizzazione; la corte e i cortigiani; la tendenza a ridurre il partito periferico ad un rete di piazzisti del voto, e che conduce ad una selezione verticistica della classe dirigente secondo le fedeltà, non alle linee ideali, ma alle persone che hanno il potere". Beppe Niccolai “Io sono più a sinistra dei comunisti, anche di Ingrao; il PCI è uno dei più a destra dei partiti italiani poiché ormai è diventato anch’esso il braccio secolare del neo-conservatorismo americano”. Beppe Niccolai. «Se n'andò in Africa, leticando con Buffarini Guidi, abbandonando il Corso Allievi Ufficiali e lasciando quella Divisione Folgore in formazione a Tarquinia, nei cui ranghi era corso primo fra i volontari universitari italiani, insieme a Luigi Bertini e Luciano Ciucci. Anche l'andare in guerra era ritenuto bisogno primario della Nazione, sacrificio di sé, quindi, in pro d'Altro». (su "Beppe Niccolai", Vito Errico, da "Tabularasa", anno IV, n° 4) Nel ventesimo anniversario della sua scomparsa la comunità politica di Socialismo Nazionale, non può certo mancare di rammentare la memoria del grande pensatore, camerata toscano Beppe Niccolai prematuramente scomparso il 31 ottobre di cui vent’anni or sono all’età di 69 anni, proprio di più perché molti sono oggi (troppi) coloro che intendono strumentalizzarlo a loro beneficio insultandolo con l'accostamento alla parola "destra". Non possiamo certo dimenticarlo sicuramente come nostro padre spirituale, nonché profeta e predecessore della nostra azione politica; ma allo stesso tempo non possiamo certo dimenticarlo come esempio morale di lealtà e giustizia nei rapporti umani, nella chiara militanza politica, e nella sua indiscussa fedeltà all’idea. La sua valorosa esistenza di soldato politico sempre leale di fronte a tutto e a tutti, non può che aver tracciato un solco preponderante e non sottovalutabile nei nostri cuori di Uomini Liberi e nelle nostre battaglie d’oggi. Nato in quel di Pisa il 26 novembre 1920 Beppe Niccolai cresce velocemente nel clima umanistico di casa sua, grazie soprattutto al padre, preside di liceo e provveditore agli studi. Nella grande biblioteca paterna si formò presto una coscienza politica e divenne fascista, nel suo significato rivoluzionario del termine. Laureato in giurisprudenza e militante nelle organizzazioni giovanili fasciste, Niccolai ne sposò in pieno il pensiero e l'azione partendo giovanissimo come volontario di guerra in Africa Settentrionale distinguendosi per il suo coraggio e valore. A seguito al Colpo di Stato borghese del 25 luglio ed al tradimento dell’8 settembre 1943 Giuseppe Niccolai matura la sua adesione politica morale e militare alla Repubblica Sociale Italiana, intravedendo fin da subito nei suoi programmi sociali il trionfo del proprio fascismo e la piena affermazione di quel Socialismo Nazionale da lui sempre attesa. Combattente repubblicano, al momento della disfatta della 1ª Armata Italiana, viene catturato dagli inglesi e insieme ad altri volontari italiani come Roberto Mieville finisce nel “Fascist's criminal camp” di Hereford, nel Texas. Molti anni prima delle rivelazioni di Bacque sul genocidio dei soldati tedeschi, Niccolai aveva altresì più volte evocato le dure condizioni degli italiani nei campi di prigionia americani nonché l’inciviltà ed il freddo cinismo degli statunitensi, una realtà da svelare, sempre più scomoda per chi da anni detiene il potere nel mondo. In effetti la vita fu molto dura per i 15.000 italiani che rifiutarono di collaborare con gli alleati, non pochi furono quelli presto passati per le armi, ancor di più del resto quelli deceduti a seguito delle disastrose malattie contratte in campo di concentramento, basti ricordare l’infelice e pure nascosta sorte che colpì il malcapitato Mario Gramsci (fratello minore del leader comunista). Dal dopoguerra membro del Movimento Sociale Italiano Niccolai dedica la propria battaglia politica alla ricerca dei principi sociali e nazionali accarezzati come altri nelle file della Repubblica di Mussolini. Sempre in contrasto verso i deviazionismi a destra dei vertici missini, Niccolai anche da parlamentare missino agirà sempre rispondendo alla propria coscienza di Uomo Libero e socialista nazionale, prima ancora che al partito ormai indirizzato verso una deriva liberal-conservatrice , clericale e massonica. Un partito che indubbiamente da tempo non era più il suo, ma che mai abbandonerà nel vano e disperato tentativo di riportarlo alla propria fonte, e alle proprie radici identitarie e sociali. Purtroppo la storia è andata come è andata, ma certamente la memoria di Beppe Niccolai non potrà mai essere cancellata dai vari arrivisti e manutengoli del sistema; una memoria spesso strumentalizzata anche ai nostri giorni da parte di chi più volte facendone appello, gioca in realtà le carte del nemico comune, facendo buon viso a cattivo gioco. Estraneo dall’identificarsi e porsi sotto qualsiasi aggettivazione della “destra”, per anni si dichiarerà un “fascista di sinistra” sempre alla ricerca di quella mitica Terza Via con cui la storia mantiene ancora un conto in sospeso. Una persona Niccolai che non aveva certo dimenticato le proprie radici e la propria storia per la malefica strada del potere e della tentazione. Discepolo del fascismo “eretico” di Berto Ricci, Niccolai intravide nel pensiero e nell’opera del poeta fiorentino la stella guida delle sue avventure politiche; ma il suo nome non manca di riecheggiare neanche l’immensa biografia di Nicolino Bombacci, da lui spesso ricordato e riportato come esempio di vita in non pochi dei suoi focosi interventi. Sempre in lotta sia all’interno del partito cui rappresentava, sia al di fuori verso chiunque venisse a meno alla propria coscienza morale; certamente nella sua vita breve ma intensa di passione, il suo ultimo grido di voce fuori dal coro si farà sentire attraverso le pagine de “L’eco della Versilia”, di cui presto lascerà il timone nelle mani del suo grande affettuoso amico e compagno di lotta che pure ricordiamo Antonio Carli (scomparso nel 2000), che ne tramuterà il nome in “Tabularasa”. Stimato per la sua onestà e schiettezza anche dai suoi avversari politici, Niccolai ha sempre mantenuto il suo volto di coerenza e franchezza, anche quando si scagliò apertamente senza remore o timori a difesa del leader comunista di Lotta Continua Adriano Sofri. Che dire infine su di un uomo di cui non basterebbero le pagine di un libro per riesumarlo a giusto titolo; se non che la sua figura e la sua traccia di maestro politico e umano vive tutt’oggi e per sempre nei nostri cuori e nel nostro spirito di socialisti nazionali, non sapremo. Un’impronta la sua che non potrà mai abbrunire col passare del tempo, poiché nel nostro percorso a distanza di vent’anni dal suo addio tale impronta risplende sempre viva di luce, e per sempre risplenderà ogni giorno della nostra militanza e della nostra esistenza. Un esempio per le presenti e le future generazioni. CAMERATA BEPPE NICCOLAI: PRESENTE! 

GIACOMO CIARCIA.