alla tana

G E R A R C H I A 

bollettino telematico del 

cas. post. nr. 67 - 52037 Sansepolcro - cell. 3487204141 - fax nbr. 1786028745

 CHI SIAMO

<< I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari, le nostre idee appartengono a quelli che in regime democratico si chiamano di sinistra. Su ciò non può esserci nessun dubbio: NOI siamo i proletari in lotta contro il capitalismo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta viene da destra >> Benito Mussolini (22 aprile 1945)

 

 PERCHE' NON "sinistra nazionale" ma nemmeno "destra" (economica, liberista e teo-con).

  Rispetto ai presunti "valori di destra" che identificano gruppi politici che fanno riferimento ad aree reazionarie ed economiciste venate da teo-conservatorismo, si conclude una fase in cui - per necessaria e dovuta contrapposizione ad un progetto che non ricalcava gli intendimenti iniziali di alternativa sociale - siamo stati costretti in principio ad inventarci un nome - "Sinistra Nazionale" - che servisse chiaramente nella sua parte nominalistica (e solo in quella) a eliminare ogni contiguità con un percorso che si andava allontanando pericolosamente e pervicacemente da un progetto originario non sufficientemente, secondo noi, difeso con coerenza da tutti i soggetti di quel cartello (a partire dall'ambigua Floriani Mussolini). Nella fase nuova che va ad aprirsi con il partito popolare italiano ispirato da Berlusconi, e con il coinvolgimento interno alla sua destra a figure e gruppi che si richiamano a non chiare ispirazioni semplicisticamente "nazionaliste", noi non sentiremo più la necessità di marcare una distanza che sarà palese per tutti proprio a partire dai contenuti progettuali e programmatici e di modelli ispiratori. Tanto più che tale operazione é speculare a sinistra con il Partito Democratico e la reiterazione di una estrema "cosa rossa" (grettamente socialista massimalista con venature marxiste-leniniste e di integralismo ambientalista), che - DI FATTO - assume l'egemonia del nome sinistra pur con varie desinenze: "democratica", " europea", "arcobaleno", "critica" con ciò marginalizzando anche una desinenza (perché tale rimane) come "nazionale" che perde ogni originale propulsione. Inoltre linea dirimente per ogni logica di appartenenza di schieramento é allo stato attuale rappresentato dal modello di approccio alla politica estera: per quanto ci riguarda esso non ci può vedere che distinti e distanti da ogni "servitù" filo-atlantica - CHE NON CI APPARTIENE PER STORIA,CULTURA, TRADIZIONE, COMUNITA' E PRINCIPI DOTTRINARI - e il conseguente appiattimento "occidentale" che rimane un'altra parola vuota e senza senso, oggi molto più di ieri. A questa "idolatria" - che comunque investe tutti; dai "neo-popolari" per passare al centro ed arrivare anche a SINISTRA - noi contrapponiamo la Dignità di appartenenza alla Comunità europea dei Popoli ed una visione eurocentrica nel solco dell'epopea rivoluzionaria socialnazionale del XX secolo che deve ancora essere compiutamente portata a termine. La battaglia continua perché la guerra non é mai finita.

 Dunque nel prosieguo della nostra azione politica  ciò che potevamo definire anche - a maglie larghe - "Sinistra Nazionale" non é più compatibile con i nuovi scenari e perciò, più compiutamente e più sinteticamente, dobbiamo rimarcare la unicità e l'originalità del;

"SOCIALISMO NAZIONALE "

che non é certamente destra (intesa nel suo significato reazionario), ed é, di per sé, "SINISTRA" a tutto tondo senza ulteriori necessità di specificarlo in modo lapalissiano. !

MANIFESTO PROGRAMMATICO

VALORI DEL SOCIALISMO NAZIONALE

 Coordinamento "MARIO GRAMSCI" rete di COMUNITA' di SOCIALISMO NAZIONALE

28 ottobre  - Sì, siamo fatti così, eretici e stramaledetti rompicoglioni, ed é per questo che abbiamo deciso di intitolare il nostro "Coordinamento delle Comunità Socialiste Nazionali" al nome glorioso, anche se oggi sconosciuto ai più, di MARIO GRAMSCI , fratello del più noto e celebrato Antonio (da morto, perché in vita ebbe anche lui le sue disavventure con i compagni comunisti, come andremo a raccontare in seconda battuta !). Mario fu nominato federale della Federazione fascista di Varese subito dopo la Marcia su Roma. Fu un Italiano autentico ed un valoroso combattente in Africa orientale e in Africa settentrionale, dove si guadagnò decorazioni al V.M. Preso prigioniero dagli alleati anglo-americani venne portato in Australia. Qui, essendosi rifiutato di collaborare con il nemico , venne confinato in un campo di punizione insieme ad altri irriducibili. Il duro trattamento ricevuto e la lunga prigionia minarono fortemente la sua salute. Rientrò in Italia gravemente malato e morì poco dopo a soli 52 anni. Essendo morto da mussoliniano - da socialista nazionale - convinto, il P.C.I. fece sparire a suo tempo, lettere, scritti e persino il ricordo. Lo ricordiamo noi ai pochi italiani mentalmente sopravvissuti alla barbarie mediatica affinché lo onorino, ma lo indichiamo anche, come esempio di coerenza, ai numerosi cialtroni versipelle del nostro cosiddetto paese.                Stelvio Dal Piaz  

 

  IDENTITA'

<< Noi, Tabularasa, quelli che....un calcio in culo al sistema. Questo é il luogo sacro dell'anticonformismo ideoantroposociopsicologico; il paradiso dei rompicoglioni, del politicamente scorretto. Di quelli che non ci stanno; che non credono alla destra o alla sinistra e non sognano  neppure il grande centro. Quelli che al sistema preferiscono le due colonne.  Quelli che detestano l'America e... Dio stramaledica gli inglesi. Quelli che la tribù é molto meglio del villaggio globale. Quelli che sognano un nuovo disordine mondiale. Quelli che vaffanculo la coca cola e l'hot dog. Quelli che le Borse ce l'hanno sotto gli occhi per l'insonnia e il Pensiero Unico é un nuovo modello di dichiarazione dei redditi e perciò evadono le tasse. Quelli che,  al diavolo Eurolandia. Quelli che il TUS é un pericolosissimo retrovirus custodito nelle Banche centrali e ci vorrebbe un vaccino. Quelli che l'Occidente é un punto cardinale e il Mediterraneo nonsolomare. Quelli, infine, che il gendarme planetario lo impalerebbero alla statua della libertà. Si, questo é il sito degli antagonisti, degli antiborghesi, dei non moderati, degli antilabliberisti, degli anarcofascisti, dei camercompagni, del rosso e del nero a denominazione di origine controllata, degli estremisti del terzo sentiero, dei militanti del cazzimperio.  Non c'é bisogno di carte di credito. Frequentaci e te pentirai.   >>

     Antonio Carli 18 aprile 1933 - 30 marzo 2000

"...a risvegliare questo nostro Popolo ed obbligarlo a richiami antichissimi sì da armonizzarli con il genio sopito...per incamminarsi oltre i bacini morti dell'abulia e della rinuncia".

 

 

 

BIOGRAFIE IN PILLOLE - ALESSANDRO MUSSOLINI (clicca per leggere il documento).

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LANCIAMO LA PROPOSTA DI RENDERE LA DATA DEL 28 OTTOBRE

 << GIORNATA DELL'ORGOGLIO NAZIONALE >>

 

G E R A R C H I A

GERARCHIA - Nella seconda metà del secolo che stiamo lasciandoci alle spalle alcune parole, alcune espressioni linguistiche hanno subito una forma di ghettizzazione attraverso interessate interpretazioni di parte finalizzate a stravolgerne il significato originario e filologico per scopi riprovevoli sul piano etico ed eversivi sotto il profilo dell'ordinamento sociale nel suo complesso. Uno di questi termini utilizzato con tali finalità é la parola GERARCHIA. Assunta in origine a significare l'ordinamento ecclesiastico secondo il grado di autorità di cui ciascuna persona era investita , la parola GERARCHIA é poi opportunamente servita ad indicare ogni forma di ordinamento in cui esista scala di autorità e di corrispondente subordinazione. Essa é stata usata in particolare per indicare quegli ordinamenti in cui esista una netta e rigorosa delimitazione di funzioni la quale importi autorità di comando per coloro che sono investiti di grado superiore e subordinazione degli investiti di funzioni di grado inferiore. Pertanto si parla comunemente di GERARCHIA soprattutto a proposito dell'ordinamento della Chiesa, delle Forze Armate, dell'Amministrazione statale o, comunque, dell'Amministrazione pubblica più in generale. Ma non solo, perché soprattutto nel periodo storico collocato temporalmente tra gli anni '20 e '40, l'Era Fascista, nuovo e più vasto valore assunse la nozione di GERARCHIA sia nella dottrina dello Stato che nella prassi sociale, in quanto la concezione dell'uomo e della storia riconobbe nell'individuo la sorgente inesauribile dell'azione.

E' innegabile che la storia sia di origine schiettamente individuale, poichè anche gli avvenimenti più grandiosi di essa si scompongono all'analisi in una serie di innumerevoli atti individuali, né potrebbe essere altrimenti poiché, anche se - come oggi avviene nonostante taluni sconvolgimenti epocali - i fattori operanti della storia sono tuttora unità nazionali di più o meno grande vastità, esse pure non esistono se non negli individui che le compongono. Ma l'azione individuale diventa azione costruttiva soltanto quando si ingrani, si armonizzi e si integri nel sistema di altre forze individuali che partecipano alla stessa storicità; é necessario pertanto che all'azione di tutte queste forze siano posti funzioni e fini nettamente definiti. Altrimenti é il KAOS inteso proprio nel suo significato cosmico.

E' la fede nell'azione individuale che conduce alla GERARCHIA come - viceversa - é la concezione meccanicistica nello sviluppo storico che conduce all'azione di massa e al principio ugualitario. Occorre tener conto del fatto che la natura rifiuta di piegarsi a concezioni di uguaglianza che la violentano. La dinamica della storia si esprime soprattutto nel fatto che in alcuni uomini la potenza spirituale si afferma in maniera più vigorosa ed in altri meno, in alcuni più forte é il sentimento morale che é impulso a manifestarsi in opera di potenza e di bene e in altri dominano interessi egoisti più o meno ristretti, in alcuni più vivo e potente é il richiamo dell'azione creatrice e in altri meno. Partecipi della stessa storicità, gli individui di una Nazione vivono tale storicità più o meno intensamente; più intensamente coloro che per dote naturale e disciplina interiore sono capaci di uscire dal limite angusto della propria vita particolare e rispondono con la propria opera ad esigenze di più vasta affermazione umana, meno intensamente quelli che, per insufficienza di doti spirituali o per inadeguata educazione, tendono ad esaurirsi nell'ambito di un limitato orizzonte. Materia e condizione di ogni ordine storico, la natura umana, varia per capacità e potenza, si sviluppa e si adegua inesauribile all'incessante rinnovarsi delle gerarchie nella vita delle collettività. Per poco che un atto umano esca dal ristretto ambito del bisogno o dell'interesse individuale, si rende necessario che esso si sistemi in una più o meno complessa organizzazione ove l'intervento delle singole forze avvenga secondo il tempo e le necessità. L'errore fondamentale della concezione classica liberaldemocratica é quello di ritenere che la libera manifestazione dell'attività individuale sia sempre ed in ogni caso da ritenere giustificata come azione costruttiva. Pertanto tale concezione statuale non accentua il valore della GERARCHIA nelle manifestazioni della vita sociale e nazionale, e condanna quindi se stessa ad una situazione di perenne debolezza che porta naturalmente e facilmente alla decadenza ed al dissolvimento.

Viceversa, un ordinamento fondato sulla democrazia corporativa, il quale per la concezione volitiva che é alla base stessa di una partecipazione fisiologicamente selettiva, responsabile e consapevole, é in grado di distinguere nettamente il valore dell'azione individuale ai fini del bene comune cui esso tende, e riconosce in tutto il suo valore il principio gerarchico, sia in tutte le manifestazioni della vita nazionale e sociale, sia nel suo proprio ordinamento interno. Viene così a formarsi -come più volte sostenuto da Rutilio Sermonti nei suoi interventi - una rappresentanza organica gerarchicamente ordinata in tutte le funzioni economiche e non, che costituiscono, nel loro coordinato complesso intrecciarsi, la vita creativa della Nazione.

Nell'organizzazione di una democrazia corporativa la GERARCHIA si determina naturalmente in base al grado di volontà politica aderente ai fini che la coscienza nazionale si pone. L'investitura di autorità che ne deriva non é se non il riconoscimento della funzione per la quale ciascuna volontà si rivela inadeguata. Nel campo della produzione la GERARCHIA si determina in funzione dell'apporto che ciascuno dà ad essa ed il riconoscimento di tale apporto é la condizione essenziale dell'autorità di cui ciascun produttore é investito dallo stato corporativo. In tutta la vita della Nazione, il principio gerarchico si manifesta organico e possente nella rafforzata efficienza dello stato e di tutte le articolazioni intermedie territoriali e non che, consapevoli dei loro fini e delle loro articolate funzioni, assegnano a ciascuno il posto che gli compete, attribuendogli la necessaria autorità e richiedendone in misura corrispondente tributo di responsabilità e di autodisciplina. La responsabilità e la competenza congiunte in misura proporzionale con l'autorità in ogni grado della GERARCHIA, é condizione indispensabile della vitalità di questa e della sua capacità costruttiva. Il senso della responsabilità, inteso come senso in ciascuno del proprio dovere e della propria missione, é presente solo in quegli ordinamenti sociali che sono animati e mossi da una decisa e sicura volontà morale.

"La decadenza delle gerarchie significa la decadenza degli stati. Quando la gerarchia decade dal sommo all'infimo grado, ha perduto le sue virtù, é la disfatta. Quando la gerarchia del potere rapina e divora l'erario senza scrupoli, lo stato barcolla. Quando la gerarchia dei politici vive giorno per giorno e non ha più la forza morale di perseguire scopi lontani, né di piegare le masse al raggiungimento di questi scopi, lo stato viene a trovarsi di fronte a questo dilemma o si dissolve dietro l'urto di un altro stato, o attraverso la rivoluzione sostituisce o rinsangua le gerarchie decadenti o insufficienti. La storia degli stati, dal tramonto dell'Impero romano al crollo della dinastia Capitingia, al declinare malinconico della Repubblica veneta é tutto un nascere, crescere, morire di gerarchie." (Mussolini, Scritti e discorsi, II pag 292 e segg.).

Come fra gli individui così tra gli stati si determina ineluttabilmente una GERARCHIA in base al complesso delle forze materiali e spirituali che ciascuno costituisce. Tale complesso é ciò che forma il vario prestigio delle nazioni nell'ambito dei rapporti internazionali, come riconoscimento da parte delle altre del contributo di ciascuna apportato al patrimonio comune della civiltà. Al riconoscimento aspira, com'é ovvio, lo stato che esprime la volontà di essere della nazione perché esso entra con tutto il suo peso nel gioco delle forze internazionali, per assumere quel posto e quell'autorità che gli competono in corrispondenza al complesso di forze che rappresenta e per la volontà che lo anima. All'autorità fa riscontro quindi un corrispondente grado di responsabilità ai fini generali di giustizia e di progresso cui tendono le società organizzate.

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(pagg. 295-96)

                       Milano - Aprile 1938 - XVI

....il libro "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion" dischiude ampi orizzonti alla critica storica, mettendo a fuoco fatti maturati nel passato più recente, e vari fondamentali problemi che volgono ad una soluzione proprio in questo tempo. La pubblicazione afferma l'esistenza di una Internazionale ebraica avente un centro direttivo, la cui opera é rivolta inesorabilmente ad un piano definito: l'avvento di un regno ebraico internazionale.

I "Protocolli" sono appunto gli atti dell'organizzazione internazionale, diretta da capi aventi netta visione della loro meta , e coscienza dei mezzi che essi impugnano per conseguirla. Ad essi fanno capo tutti gli interessi dei singoli ebrei, e gli istinti agiscono per una guerra invisibile, dichiarata a tutte le tradizioni dei popoli, e a quanto rappresenti valore storico religioso-trascendente ......>         

 

IL NOSTRO ONORE SI CHIAMA FEDELTA'

Milano: 23 Marzo 1919

Fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento di: Alberto B. Mariantoni


Il 23 Marzo del 1919, quando ebbe luogo a Milano la prima Assemblea costitutiva dei Fasci Italiani di Combattimento, nessuno o quasi, in Italia ed all'estero, si accorse di quella riunione, né tanto meno della portata storica, politica, economica, sociale, culturale ed esistenziale di quell'avvenimento. Prova ne è, le classiche ed asettiche dieci righe di formale resoconto che apparvero il giorno dopo sull'esclusiva cronaca locale di alcuni quotidiani milanesi.
Ed era normale che così fosse stato!
Convocata a soli quattro mesi dalla firma dell'armistizio di Villa Giusti (4 Novembre 1918) e dalla fine per l'Italia della Prima Guerra mondiale, quella storica «adunata» - non solo era stata distrattamente equivocata o confusa dagli osservatori esterni con uno qualunque dei tanti convegni patriottici organizzati in quell'epoca dagli ex-interventisti e/o ex-combattenti, ma - non aveva nemmeno avuto il tempo materiale di essere adeguatamente pubblicizzata né ponderatamente ed appropriatamente organizzata dai suoi stessi specifici promotori.
In altre parole, considerando che le situazioni di contingenza del Paese fossero più che mai imperiose ed incalzanti, l'allora direttore del "Popolo d'Italia", Benito Mussolini, e quello sparuto manipolo di camerati che lo attorniava e lo sosteneva sin dal 1914-15, avevano per così dire tentato di anticipare gli eventi che immancabilmente si avvereranno nei mesi successivi e, di conseguenza, avevano goliardicamente e copiosamente improvvisato.
L'annuncio per la convocazione di quell'Assemblea, infatti, dopo un primo fugace appello lanciato dal futuro Duce l'11 Gennaio del 1919, aveva incominciato ad essere sistematicamente pubblicizzato, sul «Popolo d'Italia», soltanto a partire dal 2 Marzo dello stesso anno. Cioè, esattamente diciannove giorni prima dell'incontro preparatorio (21 Marzo ) di quel convegno e ventuno, dall'effettiva data di quel fatidico raduno (23 Marzo).
Risultato: alla vigilia di quell' «importantissima riunione» (come lo stesso Mussolini l'aveva fin lì definita), l'iniziativa in questione era riuscita a malapena ad attirare o a suscitare, in tutta la Penisola , soltanto 400 adesioni individuali (verbali o scritte) ed una trentina di conferme collettive di sostegno da parte di qualche associazione di reduci, di mutilati e di studenti.
Il 23 Marzo del 1919 - la data scelta dai futuri Sansepolcristi - era una domenica come tante altre. Milano - svestitasi temporaneamente del suo tradizionale e laborioso dinamismo feriale - si era, in quel giorno, apaticamente risvegliata sotto un'intermittente e noiosa pioggerellina primaverile. E piazza San Sepolcro, raramente frequentata nei giorni festivi, appariva agli occasionali passanti, appena un po' più animata del solito.
Già dalle prime ore del mattino, infatti, diversi capannelli di persone, incuriosite o interessate, si erano spontaneamente costituiti dal lato opposto dello stretto piazzale che tuttora fronteggia la prominente basilica affiancata dai due caratteristici campanili romanici. E quell'inconsueto e sorprendente assembramento - con la sua attenzione principalmente rivolta all'indaffarato andirivieni che regnava davanti al portone d'ingresso del neoclassico ed, in quel tempo, abbastanza malridotto e fatiscente Palazzo Castagni (sede designata per quella riunione) - faceva da estemporanea e surreale cornice al quadro piuttosto assembleare e senz'altro effervescente di quel rumoroso e singolare convegno.
All'interno di Palazzo Castagni - sede in quel tempo del Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli della provincia di Milano ed i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non certo «benevolmente concessi» dai responsabili del Capitalismo lombardo, come ebbero più tardi a pretendere i cosiddetti antifascisti della venticinquesima ora! - c'era di tutto: combattenti, arditi, volontari e mutilati della Prima Guerra mondiale, studenti, operai, commercianti, imprenditori, liberi professionisti, disoccupati, poeti, artisti, ex-interventisti, socialisti rivoluzionari, sindacalisti, anarchici, nazionalisti, futuristi, repubblicani, monarchici, massoni e, perfino, alcuni israeliti. E fu davvero un «miracolo» che la risicata e tetra «sala dei Commercianti» di quel Circolo riuscisse addirittura quasi a riempirsi con un centinaio di presenze effettive,tra cui - oltre i soliti curiosi e qualche poliziotto in borghese - soltanto 53 o 54 delegati dei nascituri Fasci.
Un reale fallimento, da un punto di vista formale. Ed uno strabiliante ed incalcolabile successo, se viene presa in considerazione la specifica qualità e la profonda sostanzialità di quell'avvenimento!
Quel giorno, infatti, al di là delle roboanti e bellicose dichiarazioni di principio che furono immancabilmente pronunciate dai diversi intervenuti, non furono soltanto gettate le basi di quello che più tardi diventerà il Fascismo Italiano. Quel giorno, se vogliamo, venne ri-inaugurato l'antico, naturale, umano e sempre valido metodo di fare politica all'interno della società: fissare, cioè, un obiettivo o uno scopo da raggiungere e chiamare indistintamente ed indiscriminatamente a raccolta tutti coloro che direttamente o indirettamente - al di là di qualunque schema ideologico, politico o partitico preconcetto - sono pronti con il loro cuore, il loro spirito, la loro mente e/o le loro braccia ad implicarsi personalmente e concretamente in quell'impresa comune, per tentare di contribuire quotidianamente e fattivamente alla libertà, all'indipendenza, all'autodeterminazione ed alla sovranità del proprio Stato, nonché al benessere, alla fierezza ed alla dignità del Popolo e della Nazione di cui si fa parte.
Ancora oggi, persino tra gli stessi «Fascisti» o presunti tali (il più delle volte, politicamente ottenebrati dalla rituale e ciclica "corsa alle sedie" democratica o ideologicamente forviati da più di cinquant'anni di quotidiana e ossessionante propaganda antifascista.), ci si continua a meravigliare che un tale avvenimento abbia potuto effettivamente realizzarsi. Oppure, che - in quell'occasione - "tutto" ed il "contrario di tutto" abbia potuto incoerentemente ed inverosimilmente confluire in quel modesto e contraddittorio alveolo e, da irrisorio e maldestro ruscello, trasformarsi dapprima in torrente impetuoso ed, in seguito, in fiumana straripante e travolgente.
Oggi, tentare di descrivere quel particolare episodio della nostra Storia, sembra davvero come raccontare una favola. Eppure, fu semplicemente Storia. Storia di uomini e di volontà umane che tenacemente vollero ed arditamente e decisamente seppero raggiungere l'obiettivo che si erano liberamente e sinceramente imposto di conseguire. Quella loro Storia, ancora oggi, se ancora ce ne fosse bisogno, è là per dimostrare al mondo che quando si vuole, si può. E che il semplice buon senso e l'antica «arte del fare», quando sono opportunamente «conditi» con un po' di coraggio e di abnegazione umana, oltre ad essere la migliore ricetta di ogni sana politica, sono sempre in grado, in ogni momento della Storia, di sconfessare qualunque tipo di teoria preconcetta ed, allo stesso tempo, di contraddire, inficiare o stravolgere qualsiasi preteso, inevitabile o dogmatico "senso della storia"!
Alberto B. Mariantoni

"Nessuna forza umana può cancellare dalla storia ciò che nella storia è entrato come una realtà e una fede".  Benito Mussolini  IL DISCORSO DI MUSSOLINI DOPO LA SUA LIBERAZIONE DALLA PRIGIONIA AL GRAN SASSO

Camicie Nere, italiani e italiane!

Dopo un lungo silenzio ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che voi la riconoscete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta in momenti difficili ed ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria.

Ho tardato qualche giorno prima di indirizzarmi a voi perché dopo un periodo di isolamento morale era necessario che riprendessi contatto col mondo.La radio non ammette lunghi discorsi e per essere breve comincerò dal 25 luglio, giorno in cui si verificò la più incredibile di tutte le avventure della mia vita avventurosa.

Il colloquio col re a Villa Savoia durò 20 minuti, forse anche meno:ogni discussione con lui era impossibile perché aveva già preso la sua decisione e il punto culminante della crisi era imminente.Ma c'è un fatto unico nella storia che un uomo, che per venti anni ha servito un re con lealtà assoluta, dico assoluta, sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata di un re, sia stato costretto a salire su un'autoambulanza della Croce Rossa, sotto il pretesto di salvarlo da una congiura e sia stato condotto a una velocità vertiginosa da una caserma di carabinieri all'altra.

Ebbi subito l'impressione che la protezione non era che un pretesto:questa impressione si rafforzò quando da Roma fui condotto a Ponza e successivamente mi convinsi, traverso le peregrinazioni da Ponza alla Maddalena e da La Maddalena al Gran Sasso , che il piano contemplava la consegna della mia persona al nemico.Avevo però la netta impressione, pure essendo completamente isolato dal mondo, che il Fuhrer non mi avrebbe abbandonato. Goering mi mandò un telegramma, più che cameratesco, fraterno.Più tardi il Fuhrer mi fece pervenire una edizione veramente monumentale delle opere di Nietzsche. La parola fedeltà ha un significato profondo, inconfondibile, vorrei dire eterno nell'anima tedesca.E' la parola che nel collettivo e nell'individuale riassume il mondo spirituale germanico.

Conosciute le condizioni dell'armistizio, non ebbi il minimo dubbio circa quanto si nascondeva nel testo dell'art. 12. Del resto un alto funzionario mi aveva detto:" Voi siete un ostaggio".

Nella notte dall'11 al 12 settembre feci sapere che i nemici non mi avrebbero avuto vivo nelle loro mani. C'era nell'aria limpida attorno all'imponente cima del monte una specie di aspettazione.Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante; poi successivamente altri; poi squadre di uomini avanzavano verso il rifugio e vidi cessare ogni resistenza.Dalle guardie che mi custodivano nessun colpo partì.Tutto era durato cinque minuti.Questa impresa liberatrice che rivela la organizzazione e lo spirito di iniziativa e di decisione tedeschi, rimarrà memorabile nella storia della guerra, e col tempo diventerà leggendaria.Qui finisce il capitolo che potrebbe essere chiamato il mio dramma personale, ma esso è ben trascurabile episodio di fronte alla spaventosa tragedia in cui il governo democratico liberale costituzionale del 25 luglio ha gettato l'intera Nazione.

L'inguaribile ottimismo di molti italiani, anche fascisti, non credette in un primo tempo che il governo del 25 luglio avesse programmi così catastrofici nei confronti del Partito, del Regime e della Nazione. Oggi, davanti alle rovine, davanti alla guerra che continua, noi spettatori, taluno vorrebbe sottilizzare per cercare formule di compromesso e attenuanti per quanto riguarda le responsabilità, e quindi continuare nell'equivoco.Essi sofisticano dinnanzi al nuovo nome del Partito.Sono gli stessi pesi morti che hanno sempre ritardato la marcia del Regime, che hanno sempre cercato di sabotare le realizzazioni sociali e gli sviluppi sul piano nazionale ed imperiale.

Noi viceversa, mentre rivendichiamo le nostre responsabilità,vogliamo precisare quelle degli altri, a cominciare dal Capo dello Stato, che essendosi scoperto e non avendo abdicato come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa.E' la sua dinastia, che durante tutto il periodo della guerra, pur avendola il re dichiarata, è stata l'agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca.Il suo disinteresse circa l'andamento della guerra, le prudenti, non sempre prudenti, riserve mentali, si prestavano a tutte le speculazioni del nemico, mentre l'erede, che pure aveva voluto assumere il comando delle Armate del Sud, non è mai comparso sui campi di battaglia.

Sono ora più che mai convinto che casa Savoia ha voluto preparare, organizzare, anche nei minimi dettagli, il colpo di Stato, complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli ed imboscati, e taluni invigliacchiti elementi del Fascismo.Non può esistere alcun dubbio che il re ha autorizzato subito dopo la mia cattura trattative per l'armistizio, trattative che forse erano già incominciate tra le dinastie di Roma e di Londra.E' stato il re che ha consigliato il suoi complici di ingannare nel modo più miserabile la Germania, smentendo anche dopo la firma che trattative fossero in corso. Il complesso dinastico che ha preparato ed eseguito la demolizione del Fascismo, che pure venti anni fa lo aveva salvato, e creato l'impotente diversivo interno a base del ritorno allo Statuto del 1848 e alla libertà protetta dallo stato d'assedio.

Quanto alle condizioni dell'armistizio, che dovevano essere generose, sono tra le più dure che la storia ricordi. E' il re che non ha fatto obiezioni per quanto riguardava la consegna della mia persona al nemico. E' il re ha, col gesto suo, dettato per la preoccupazione per l'avvenire della sua corona, creato per l'Italia una situazione di caos, di vergogna e di miseria che si riassume nei seguenti termini:in tutti i continenti dall'estrema Asia all'America, si sa che cosa significhi tener fede ai patti da parte di Casa Savoia.Gli stessi nemici, ora che abbiamo accettato la vergognosa capitolazione, non ci nascondono il loro disprezzo.Nè potrebbe accadere diversamente.

L'Inghilterra ad esempio, che nessuno pensava di attaccare, e specialmente il Fuhrer non pensava di farlo, è scesa in campo, secondo le affermazioni di Churchill, per la parola data alla Polonia.

D'ora innanzi può accadere, che specie nei rapporti privati ogni italiano sia sospettato.Se tutto ciò portasse conseguenze solo su persone responsabili, il male non sarebbe grave; ma non bisogna farsi illusioni: esso deve essere scontato dal popolo italiano, dal primo all'ultimo dei suoi cittadini.Dopo l'onore compromesso, abbiamo perduto, oltre ai territori metropolitani occupati e saccheggiati dal nemico, anche e forse per sempre tutte le nostre posizioni adriatiche, ioniche, egee, francesi, che avevamo conquistato non senza sacrifici di sangue.

Il regio Esercito si è quasi ovunque rapidamente sbandato e niente è più umiliante che essere disarmati da un alleato tradito tra lo scherno delle popolazioni locali.Questa umiliazione deve essere stata soprattutto sanguinosa per quegli ufficiali e soldati che si erano battuti da valorosi accanto ai Tedeschi in tutti i campi di battaglia.Negli stessi cimiteri di Africa e di Russia, dove i soldati italiani e tedeschi riposano insieme dopo l'ultimo combattimento, deve essere stato sentito il peso di questa ignominia.La regia Marina, costruita tutta durante il ventennio fascista, si è consegnata al nemico in quella Malta che costituiva e più ancora costituirà una minaccia permanente contro l'Italia e un caposaldo dell'imperialismo inglese nel Mediterraneo.Solo l'aviazione ha potuto salvare buona parte dei suoi materiali; ma anch'essa è praticamente disorganizzata.

Queste sono le responsabilità indiscutibili documentate anche dal Fuhrer, il quale ha narrato ora per ora l'inganno teso alla Germania, inganno rafforzato dai micidiali bombardamenti, che gli anglo-americani , d'accordo con Badoglio, hanno continuato, malgrado la firma dell'armistizio, contro grandi e piccole città dell'Italia centrale.

Date queste condizioni non è il Regime che ha tradito la Monarchia, ma è la Monarchia che ha tradito il Regime, anche se oggi è decaduta nella coscienza e nel cuore del popolo, ed è semplicemente assurdo supporre che ciò possa minimamente compromettere la compagine unitaria del popolo italiano.Quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti essa perde ogni ragione di vita; quanto alle  tradizioni ve ne sono più di repubblicane che di monarchiche.Più che dai monarchici la libertà e la indipendenza dell'Italia furono volute dalla corrente repubblicana e dal suo più puro e grande apostolo,Giuseppe Mazzini.Lo stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più alto della parola, sarà cioè fascista risalendo così alle nostre origini.Nell'attesa che il movimento si sviluppi sino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti:

1° - Riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati.Solo il sangue può cancellare una pagina così obbrobriosa nella storia della Patria.

2° - Preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della milizia.Solo chi è animato da una fede e combatte per un'idea non misura l'entità dei sacrifici.

3° - Eliminare i traditori, in particolar modo quelli che sino alle 21.30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nel Partito, e sono passati nelle file del nemico.

4° - Annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro finalmente il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato.

Camicie Nere fedeli di tutta l'Italia, io vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi; l'esultanza del nemico per la capitolazione dell'Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poichè i due grandi imperi di Germania e Giappone non capitoleranno mai.

Voi squadristi ricostituite i vostri Battaglioni, che hanno compiuto eroiche gesta; voi Giovani fascisti inquadratevi nelle Divisioni che devono rinnovare sul suolo della Patria le gloriose imprese di Bir -el -Gobi; voi Aviatori tornate accanto ai camerati tedeschi al vostro posto di pilotaggio, per rendere vana e dura l'azione nemica sulle nostre città; voi donne fasciste riprendete la vostra opera di assistenza morale e materiale così necessaria al popolo.

Contadini, operai e piccoli impiegati, lo Stato che uscirà da questo immane travaglio sarà il vostro, e come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili.La nostra volontà, il nostro coraggio, la nostra fede ridaranno all'Italia il suo volto, il suo avvenire, la sua possibilità di vita e il suo posto nel mondo .

Più che una speranza questa deve essere per voi tutti una suprema certezza.

Viva l'Italia, viva il Partito Fascista Repubblicano!

( all'appello risposero circa ottocentomila uomini in armi e diecimila donne che andarono a costituire il Servizio Ausiliario Femminile dell'Esercito della Repubblica Sociale Italiana. n.d.c.)

16 DICEMBRE 1944: L’ULTIMO APPELLO DEL DUCE A TUTTI GLI ITALIANI

 

“Noi vogliamo difendere con le unghie e coi denti la valle del Po’; noi vogliamo che la valle del Po’ resti Repubblicana; in attesa che tutta l’Italia sia Repubblicana!”

Benito Mussolini 16 dicembre 1944

 

Il 16 dicembre del 1944 a Milano presso il “Teatro Lirico” il capo del fascismo Benito Mussolini pronunciava davanti alla storia d’Italia e al mondo, il suo ultimo radioso discorso rivolto a tutto il popolo italiano; uno dei suoi più importanti discorsi di portata storica, destinato ancora una volta ad evidenziare con ferma coerenza l’attività politica Rivoluzionaria e socialista nazionale del Duce d’Italia, e del movimento da lui concepito a difesa della causa nazionale e sociale d’Italia.

Con questo discorso rappresentativo pronunciato nell’era gloriosa della Repubblica Sociale Italiana; si andava affermando una volta per tutte ora che il fascismo finalmente si trovava libero dalla tenaglia e dalla oppressione monarchica e reazionaria, quello che doveva essere a grandi linee il progetto per l’ascesa sociale la salvezza d’Italia (minacciata dalle potenze plutocratiche e dai traditori antinazionali interni).

Ancora una volta in questo infiammante discorso Benito Mussolini invitava fino alla fine gli italiani a respingere l’occupazione schiavista e imperialista angloamericana che avrebbe trasformato la grande Italia soltanto in una succube colonia degli USA (come accade oggi), ed a combattere allo stesso tempo i collaboratori  interni di questo delirio, che avevano voluto, sperato e lavorato al servizio di questa capitolazione, e per la rovina dell’Italia; cioè la monarchia traditrice antinazionale di Casa Savoia, il suo servo fedele Badoglio circondato da taluni alti ambienti industriali e militari; nonché tutto il susseguirsi dei governi “fantocci”, “rifugiati a Londra”.

Si prometteva quasi con un tono di disperazione verso un popolo “sordo”, un nuovo mondo, una nuova Rinascita della Patria, un nuovo avvenire per il mondo del lavoro che solo il Fascismo rivoluzionario repubblicano nato proprio per la causa del popolo e d’Italia avrebbe realizzato, solo però lavorando e combattendo uniti fino alla vittoria finale al fianco dell'alleata Germana nazionalsocialista, e del “glorioso” Giappone; si sarebbero dunque realizzate delle mine sociali che solo attraverso la “guerra proletaria” contro le demoplutocrazie occidentali unite “innaturalmente” nella titanica e meschina alleanza con la Russia bolscevica sarebbero sorte per i benessere di tutti i lavoratori italiani ed europei; delle riforme socialiste proprie di una rivoluzione sociale e nazionale che mai il popolo italiano avrebbe ottenuto dalla corona e dai suoi fiancheggiatori, ma che soltanto e senza inganni la Repubblica di Mussolini avrebbe realizzato. Purtroppo come spesso accade nella cinica realtà, a differenza delle fiabe le storie si concludono sempre a lieto fine, e allora il tempo corse più in fretta di quanto ci potessimo immaginare. A plaudire all’invincibile e all’implacabile maestranza politica e oratoria del Duce espressa nella sua ultima “adunata” rivoluzionaria; stava una folla emozionante, ed entusiasta quasi a renderle consensi e omaggi; la stessa folla che malinconicamente nel disonore e nella vergogna più totale soltanto appena dopo quattro mesi  si rivolse a Egli a pugni e a calci, in quella tragica ed orribile pagina storica che fu quella di Piazzale Loreto.

 

Giacomo

Le Brigate Nere

Le Brigate Nere nacquero (1° luglio 1944) in piena avanzata nemica nell'Italia centrale e quando già il Fascismo aveva offerto il volontariato di tutti i suoi giovani alla Repubblica.Ma in quattro mesi - senza magazzini, senza carburante - abbiamo inquadrati e portati al fuoco 30 mila volontari.

Forse un miracolo.Ma un miracolo anche maggiore è che nessuno è diventato generale - e che vari colonnelli hanno rinunziato al grado per militare in rango.

Le Brigate Nere sono un esercito senza galloni, essendo noi squadristi persuasi che un comandante è tale se comanda e gli si obbedisce e che altrimenti non c'è grado che tenga. L'unico gallone è l'esempio.

Le Brigate Nere allineano - dai vecchi ai ragazzi - gli uomini di ogni età. O meglio: quegli uomini che non hanno età, se non quella del proprio spirito.

Le Brigate Nere hanno dovuto debuttare combattendo in montagna e in alta montagna, Alpi, Appennino, crinali e valichi, senza equipaggiamento: con le camicie nere prive di giubba, cappotto od impermeabile, con le scarpe leggere e lise.Munizioni col contagocce.

Tutto questo cambierà.Ma tutto questo dovrà essere ricordato: e soprattutto che sono andati lo stesso, gli squadristi, in alta montagna, e hanno combattuto assai bene: e, più ancora, che la mancanza di equipaggiamento non li rendeva depressi e furiosi in quello stesso e legittimo modo che era proprio dei combattenti sui fronti quando l'equipaggiamento similmente mancava, salvo ad ammassarsi intatto nei depositi sprangati dal sabotaggio.

Ora i depositi erano vuoti, alle spalle, disperatamente vuoti: simbolo del tradimento consumato fino in fondo, esauritosi nell'estremo stesso della propria infamia.E gli squadristi erano stranamente esaltati, rabbrividendo nelle loro camicie nere e marciando dal fondo alle cime verso un'Italia finalmente diversa.

Le Brigate Nere non sono il Partito che va verso il popolo, sono una milizia di partito che è popolo, una milizia operaia e rivoluzionaria, di meccanici, di artigiani, di braccianti, di piccoli impiegati, in lotta mortale contro le plutocrazie alleate dei bolscevichi e contro i plutocrati sovvenzionatori dei banditi.

Le Brigate Nere anelano al combattimento contro il nemico esterno ma sanno che in una guerra come l'attuale, guerra di religione, non c'è vera differenza fra nemico di fuori e di dentro.Non è lecito chiamare fratricida la lotta contro chi attenta alla vita e all'onore della Patria.Non è fratello chi rinnega la Madre e le spara addosso.
Le Brigate Nere - dice il decreto istitutivo - sono un Corpo " sottoposto alla disciplina militare e al codice militare del tempo di guerra".

Questa può parere semplicemente una regola giuridica , o burocratica.Ma questa è una regola morale, allorchè, per esempio, un federale e i suoi collaboratori si adunano per giudicare tre camerati che hanno mancato; e si tratta di vecchi camerati, di cari amici, la riunione si prolunga tuta la notte, alla Casa del Fascio; a un certo punto il maggiore dei colpevoli chiede di telefonare al federale - gli viene concesso - è per domandare perdono e raccomandare i figli; ai tuoi bambini si penserà, assicura il comandante ( va scusato se la sua voce non è la solita, si tratta di un caro amico, di un vecchio camerata); ma ha mancato, hanno mancato gravemente, e all'alba i compagni della Brigata si schierano con ordine e i condannati gridano Viva il Duce. (Così si sono svolte le cose, a Milano).

Le Brigate Nere, in che periodo sono apparse? Quando altri si squagliavano, e noi ci adunammo.Altri dimettevano il distintivo, e noi ci rimettemmo la camicia nera.Altri cercavano di farsi dimenticare, e noi ci ricordammo.Ci ricordammo delle parole date, delle fedi promesse, dei compagni perduti.Noi ci ricorderemo sempre.

Le Brigate Nere sono una famiglia, questa famiglia ha un antenato: lo Squadrismo, un blasone: il sacrificio di sangue, una genitrice:l'Idea fascista, una guida, un esempio, una dedizione assoluta e un affetto supremo:MUSSOLINI.

(il comandante delle Brigate Nere)

tratto da:"La marcia continua" numero unico a cura dell'Ufficio stampa del PFR ottobre 1944 - XXIII

 

LA LOTTA TITANICA DELLE WAFFEN-SS PER UN NUOVO ORDINE EUROPEO

 Alla fine del XX secolo il grande pubblico ignora ancora quello che fu, tra il 1940 e il 1945, il fenomeno, unico nella storia militare, di un milione di giovani combattenti politici, tutti volontari, riuniti nel corso della seconda guerra mondiale in ben trentotto Divisioni della Waffen - SS.

Chi erano costoro?

Inanzitutto dei soldati.I migliori soldati equipaggiati in modo formidabile.

I migliori fisicamente; ecco i dati richiesti per farne parte: altezza minima 1m75;salute di ferro; vista perfetta; nessuna carie ai denti; una condotta militare di gran lunga superiore a tutte le norme olimpiche.

Il loro addestramento era eccezionale.Alla scuola ufficiali di Bad Toelz, alla fine del corso ogni candidato aveva perduto almeno una dozzina di chili.Ognuno, al termine, era diventato un atleta, asciutto, nudo e forte come un dio greco.

Formazione politica di estremo rigore.Disciplina di ferro, accettata liberamente e con gioia.Spirito di corpo, cameratismo, sbarazzo di ogni complesso di casta, severità nei costumi: un pederasta nella Waffen-SS era messo al palo senza alcuna remissione.

L'eroismo era legge.I capi prima degli altri.La media di servizio di un ufficiale al fronte non superava i tre mesi.

Questa concezione eroica del dovere era esaltata dalle evocazioni grandiose delle glorie del passato.Essa si nutriva di tutte le forze originali della natura.Il solstizio d'estate evocava in modo particolare i fermenti vivificanti dei fluidi terrestri e celesti.L'ultimo solstizio del 1944 aveva visto ancora questi giovani, fiaccole in pugno, disposti in formazioni quadrate, non lontano dai lampi del vicino fronte, vibrare nella notte stellata in una sorte di apoteosi wagneriana.

Giovani corpi di fronte alla vita! Passione di conquista e di creazione! Volontà di vivificare, innalzare verso l'alto, una comunità umana rinnovata nella carne e nello spirito.

Erano forti come le querce delle foreste profonde, come gli uragani martellanti nei cieli oscuri, forti come i cavalieri delle antiche gesta che sfidavano la sorte e la morte.Una cavalleria.

La Waffen-SS era una cavalleria ritta sui suoi destrieri, con le sue lance pronte a scagliarsi incontro all'avvenire: un milione di giovani guerrieri politicizzati, decisi ad offrire tutto: la loro giovinezza, il loro sangue, la loro fede, pur di raggiungere la meta.

All'inizio la Waffen - SS fu una formazione esclusivamente tedesca.Lo spettacolo di una forza ordinata e di un ideale integrale che essa sapeva donare ad un occidente stremato, politicamente e moralmente avvilito, impressionò i giovani dei paesi vinti.Furono sufficienti pochi mesi perchè migliaia di giovani di origine germanica, dall'Olanda, dalle Fiandre, dai paesi nordici, prima stupefatti ma poi entusiasti, vennero a fare della Waffen-SS , da formazione strettamente nazionale che era, una forza internazionale.Giovani di diciotto-vent'anni accorsero da Anversa, da Rotterdam, da Copenaghen, da Oslo a fare blocco unico con le Waffen-SS di Berlino, di Monaco,di Vienna, di Koenigsberg.

Tuttavia il grande sviluppo non si ebbe che un anno più tardi, allorchè Hitler volle sbarazzare l'Europa dalla tirannia comunista di uno Stalin, deciso da tempo a divorare l'Europa e che stava ultimando i preparativi - come ebbe a riconoscere lo stesso maresciallo Yukov - per l'invasione sovietica.

Di fronte al comune pericolo, centinaia di migliaia di giovani europei, rifiutando il conformismo e la sclerotizzazione dei loro paesi atrofizzati, accorsero all'appuntamento del sacrificio.L'avvenimento essenziale non fu solo la loro decisione di arruolarsi, ma il fatto che sui campi di battaglia del fronte dell'est essi potettero conoscersi.Loro, che fino a quel momento si erano ignorati.Cosa sapeva infatti prima un francese di un ungherese, un danese di un napoletano, uno spagnolo di un norvegese?Da secoli tutti avevano vissuto arroccati nell'isolamento del proprio nazionalismo, nella diffidenza verso il vicino, dimenticando di costituire insieme un solo popolo, una sola civiltà, di essere figli di una patria comune, l'Europa, vecchia di venticinque secoli di storia.Una medesima spiritualità veniva ad animarli, quali che fossero le forme del suo dispiegarsi.Provenienti dallo Jutland, dalla Frisia, dal Brabante, dalle Ardene, dalla Bauce, dagli Appennini, tutti si ritrovavano, dodici secoli dopo Carlo Magno, riuniti in una immensa coorte giovanile nella quale riscoprivano finalmente la loro unità.

Secoli li avevano separati, ma il servizio comune, le comuni sofferenze, i camerati morenti o stremati finirono con l'avvicinare questi ragazzi di tanti paesi per troppo tempo artificialmente contrapposti.Saldati gli uni agli altri per quattro anni negli orrori degli stessi combattimenti, essi si sostenevano con una sincerità crescente.Questi ragazzi ebbero ad accorgersi che li accomunava una medesima fede politica ed ancora di più l'appartenenza ad una medesima stirpe.I loro popoli non erano che un popolo.L' Europa era il seme dei loro paesi d'origine.La Waffen-SS era l'enorme crogiolo nel quale venivano a fondersi

i diversi geni dell'Europa storica.

gagliardetti di guerra del 1° e 2° Reggimento della 29° Divisione Waffen-SS Italiane

Da parte sua, di fronte al pericolo sovietico che minacciava ogni particella dell'antica Europa, la Waffen-SS tedesca sin dall'inizio aveva preso coscienza non solo del pericolo che minacciava indistintamente tutti i paesi rivali del continente, ma sopratutto le enormi realtà positive che da sempre avevano saldato le diverse comunità popolari dell'Europa.L' Europa di Cesare e di Augusto,l'Europa di Carlo Magno e di Goffredo di Buglione, l'Europa di Federico II di Hohenstaufen e di Carlo V, l'Europa del Principe Eugenio di Savoia e di Napoleone Bonaparte.

Anche quella di Voltaire e di Goethe, l'Europa dei grandi mistici che legava in un 'unica fede i celti e gli iberi, i germani e gli slavi, dall'Ucraina fino alle lontane rive del Baltico.

Le une dopo le altre, le diverse legioni tedesche e non tedesche del fronte dell'Est si unirono liberamente in rappresentanza del loro popolo, nel seno di una Waffen-SS diventata il grande centro d'attrazione e di raccolta di un milione di giovani europei futuri banditori dell'avvenire.In questa federazione multinazionale ognuno aveva conservato la propria lingua, le proprie insegne, la propria individualità.Le ideologie erano simili ma fino ad allora troppo intellettuali.La Waffen-SS seppe apportare loro la potenza della volontà, dell'organizzazione, dell'unità degli sforzi.Grazie ad essa, nel momento del grande sconvolgimento creatore, all'indomani della vittoria, tutte sarebbero state chiamate, ciascuna nella propria sfera d'origine, a donare all'Europa spirito e struttura.La Waffen-SS era diventata l'enorme macchina da guerra della rivoluzione nazionalsocialista.

Materialmente e spiritualmente il mondo nuovo sarebbe stato marcato dallo spirito di corpo, dalla disciplina, dalla potenza dell'ideologia: il dono totale delle energie al servizio di un ideale assoluto.L' opera comune avrebbe dato i suoi frutti: uno Stato ordinato, duraturo, indistruttibile; la giustizia sociale nel mondo del lavoro per tutte le classi; sviluppo della famiglia, cellula fondamentale della stabilità della società e della felicità individuale; fantasia nella produzione delle ricchezze materiali, affiancata in modo armonico allo sviluppo morale di una comunità, forte dello spirito di solidarietà e di una esistenza concepita in senso eroico.

Alla potenza fisica e a quella ideologica si sarebbe aggiunta la potenza dell'azione.

Tedeschi e non tedeschi, noi non formavamo più che una formidabile fratellanza europea.Rientrando nei nostri rispettivi paesi, noi eravamo stati le maestranze nella costruzione dell'Europa unita, una élite risoluta alla guida di masse in passato scialbe, acefale, in preda a inutili dispute sociali, politicamente lacerate, vittime di agitatori e clan divorati dall'egoismo e dall'ambizione.

Noi eravamo riusciti a restituire ai nostri popoli la dignità.Li avevamo innalzati alla più genuina socialità nel dominio incontrastato della bellezza, della nobiltà, della grandezza.La materia, abbandonata a se stessa, muore o uccide.Solo l'ideale è eterno.E questo ideale noi lo possedevamo, noi i giovani europei della Waffen-SS quale che fosse il nostro paese d'origine, il nostro vecchio paese carissimo ma che aveva cessato di essere ripiegato su se stesso.Un'aria nuova veniva a sostituire i miasmi soffocanti della vecchiaia e della decadenza.

La nostra volontà era riuscita a federare in Europa tutti gli sforzi dei nostri popoli in una sontuosa unità al contrario di quanto oggi avviene, un una vaga federazione, spesso astiosa, di mercanti di pomodori, di noci, di montoni o di bistecche di maiale o di unitili proprietari di tonellate di piombo e di burro che giacciono a seccare o a marcire in depositi riempiti all'inverosimile da una economia folle e senza regole.

La rivoluzione della Waffen-SS non fu solo quella del bio-tek ma quella di una dottrina che arricchiva la comunità umana, che innalzava gli  spiriti ad una collaborazione basata su un nuovo ordine politico e sociale, sullo spirito comunitario e sui più alti principi morali, pilastri della ricostruzione.

La Waffen-SS fu tutto questo: un'armata continentale come mai era esistita in nessuna epoca, il doppio della grande Armata di Napoleone, un esercito non solo militare ma ideologico, capace di assicurare grazie alla sua forza e alla sua dottrina, la riunificazione e la rinascita della membra disperse di un'Europa della quale i falsi democratici prima del 1940 avevano estirpato l'intelligenza e frantumato i nervi.

Un vecchio astioso e impotente come Roosvelt, un forsennato sanguinario come Stalin, nel 1945 fecero dell'Europa un continente mutilato alla mercè dei loro appetiti.Per lungo tempo l'Europa non sarà altro che un fazzoletto nel quale i potenti si soffieranno il naso.

Così ebbe termine la più straordinaria esperienza militare mai tentata.Essa fu unica per il suo carattere e la sua ampiezza: dal 1941 al 1945 un milione di ragazzi di ventotto paesi d'Europa, riuniti nelle Divisioni delle Waffen-SS offrirono la loro giovinezza e spesso sacrificarono la vita ( in 402.000 morirono nel corso della seconda guerra mondiale), per creare un Nuovo Ordine Europeo votato alla giustizia sociale, alla solidarietà, all'ordine e alla grandezza.

Evocare il ricordo di questi cavalieri del XX secolo è giusto e doveroso.Questi cavalieri che ancora oggi falsari animati solo dall'odio e dall'invidia infangano con menzogne.Di cosa, infatti, si resero colpevoli i giovani europei?

In questo momento, ancora, migliaia di giovani rifiutano di capitolare; non accettano di immergersi nelle cloache delle nuove turpitudini e della corruzione politica del mondo contemporaneo.

Il grande esempio dei giovani eroi della Waffen-SS che vissero e morirono per un ideale di fuoco forse un giorno riaccenderà l'incendio che qualcuno pensava di aver sepolto sotto gli oltraggi e le menzogne.

Nell'attesa, onore e gloria alla più grande armata ideologica della storia dell'umanità.Tra mille anni si parlerà ancora di questi soldati di ferro, tremila volte più numerosi degli eroi delle Termopili.L'eroe, ovunque egli sia apparso, non muore mai comlpetamente.Il suo spirito continua a marciare come un portabandiera davanti ai popoli.

La Waffen-SS, sconfitta al termine di una lotta titanica, è entrata per sempre nell'immortalità. Leon Degrèlle

  (traduzione dal francese di Nicola Cospito)  articolo pubblicato su "Orientamenti" ottobre- dicembre 2004

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