"Il
simbolo che rappresenta il Centro Studi SN è formato da un
cerchio rosso recante all’interno, sulla parte alta la scritta:
SOCIALISMO, sulla parte bassa la scritta: NAZIONALE con
all’interno un campo rotondo a sfondo bianco in cui campeggia al
centro una grafica nera composta da una S stilizzata con freccia
tendente verso il basso che interseca una N e tra loro collegate
nella prima linea e la scritta RSI inserita sotto tra l'inizio della S
e la fine della N, così come appare."
Rispetto ai presunti "valori di destra" che identificano gruppi
politici che fanno riferimento ad aree reazionarie ed economiciste
venate da teo-conservatorismo, si conclude una fase in cui - per
necessaria e dovuta contrapposizione ad un progetto che non ricalcava
gli intendimenti iniziali di alternativa sociale - siamo stati
costretti in principio ad inventarci un nome - "Sinistra Nazionale" -
che servisse chiaramente nella sua parte nominalistica (e solo in
quella) a eliminare ogni contiguità con un percorso che si
andava allontanando pericolosamente e pervicacemente da un progetto
originario non sufficientemente, secondo noi, difeso con coerenza da
tutti i soggetti di quel cartello (a partire dall'ambigua Floriani
Mussolini). Nella fase nuova che va ad aprirsi con il partito popolare
italiano ispirato da Berlusconi, e con il coinvolgimento interno alla
sua destra a figure e gruppi che si richiamano a non chiare ispirazioni
semplicisticamente "nazionaliste", noi non sentiremo più la
necessità di marcare una distanza che sarà palese
per tutti proprio a partire dai contenuti progettuali e programmatici e
di modelli ispiratori. Tanto più che tale operazione
é speculare a sinistra con il Partito Democratico e la
reiterazione di una estrema "cosa rossa" (grettamente socialista
massimalista con venature marxiste-leniniste e di integralismo
ambientalista), che - DI FATTO - assume l'egemonia del nome sinistra
pur con varie desinenze: "democratica", " europea", "arcobaleno",
"critica" con ciò marginalizzando anche una desinenza
(perché tale rimane) come "nazionale" che perde ogni
originale propulsione. Inoltre linea dirimente per ogni logica di
appartenenza di schieramento é allo stato attuale
rappresentato dal modello di approccio alla politica estera: per quanto
ci riguarda esso non ci può vedere che distinti e distanti
da ogni "servitù" filo-atlantica - CHE NON CI APPARTIENE PER
STORIA,CULTURA, TRADIZIONE, COMUNITA' E PRINCIPI DOTTRINARI - e il
conseguente appiattimento "occidentale" che rimane un'altra parola
vuota e senza senso, oggi molto più di ieri. A questa
"idolatria" - che comunque investe tutti; dai "neo-popolari" per
passare al centro ed arrivare anche a SINISTRA - noi contrapponiamo la
Dignità di appartenenza alla Comunità europea dei
Popoli ed una visione eurocentrica nel solco dell'epopea rivoluzionaria
socialnazionale del XX secolo che deve ancora essere compiutamente
portata a termine. La battaglia continua perché la guerra
non é mai finita. Dunque nel prosieguo della nostra azione
politica ciò che potevamo definire anche - a maglie larghe -
"Sinistra Nazionale" non é più compatibile con i
nuovi scenari e perciò, più compiutamente e
più sinteticamente, dobbiamo rimarcare la unicità
e l'originalità del; "SOCIALISMO NAZIONALE " CHE
VERIFICHERA' NEI CONTENUTI E NEL PROGETTO SE OFFRIRE IL PROPRIO
CONTRIBUTO DI IDEE E DI MILITANZA A FORZE POLITICHE DICHIARATAMENTE
ALTERNATIVE AL PENSIERO UNICO DEL PD E PDL CHE NON RINNEGHINO RADICI
STORICHE FONDAMENTALI DELLA NOSTRA NAZIONE E CHE RIFIUTANO
L'ASSERVIMENTO ALLA OMOLOGAZIONE DELLA "CASTA".
Coordinamento
"MARIO GRAMSCI" rete di COMUNITA' di SOCIALISMO NAZIONALE 28 ottobre
-
Sì, siamo fatti
così, eretici e stramaledetti
rompicoglioni, ed é per questo che abbiamo deciso di
intitolare il nostro "Coordinamento delle Comunità
Socialiste Nazionali" al nome glorioso, anche se oggi sconosciuto ai
più, di MARIO GRAMSCI , fratello del più noto e
celebrato Antonio (da morto, perché in vita ebbe anche lui
le sue disavventure con i compagni comunisti, come andremo a raccontare
in seconda battuta !). Mario fu nominato federale della Federazione
fascista di Varese subito dopo la Marcia su Roma. Fu un Italiano
autentico ed un valoroso combattente in Africa orientale e in Africa
settentrionale, dove si guadagnò decorazioni al V.M. Preso
prigioniero dagli alleati anglo-americani venne portato in Australia.
Qui, essendosi rifiutato di collaborare con il nemico , venne confinato
in un campo di punizione insieme ad altri irriducibili. Il duro
trattamento ricevuto e la lunga prigionia minarono fortemente la sua
salute. Rientrò in Italia gravemente malato e
morì poco dopo a soli 52 anni. Essendo morto da mussoliniano
- da socialista nazionale - convinto, il P.C.I. fece sparire a suo
tempo, lettere, scritti e persino il ricordo. Lo ricordiamo noi ai
pochi italiani mentalmente sopravvissuti alla barbarie mediatica
affinché lo onorino, ma lo indichiamo anche, come esempio di
coerenza, ai numerosi cialtroni versipelle del nostro cosiddetto paese.
Stelvio Dal Piaz
IL
NOSTRO ONORE SI CHIAMA FEDELTA' Milano: 23 Marzo 1919
Fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento
di:
Alberto B. Mariantoni
Il
23 Marzo del 1919, quando ebbe luogo a Milano la prima Assemblea
costitutiva dei Fasci Italiani di Combattimento, nessuno o quasi, in
Italia ed all'estero, si accorse di quella riunione, né
tanto
meno della portata storica, politica, economica, sociale, culturale ed
esistenziale di quell'avvenimento. Prova ne è, le classiche
ed
asettiche dieci righe di formale resoconto che apparvero il giorno dopo
sull'esclusiva cronaca locale di alcuni quotidiani milanesi.
Ed era normale che così fosse stato!
Convocata a soli quattro mesi dalla firma dell'armistizio di Villa
Giusti (4 Novembre 1918) e dalla fine per l'Italia della Prima Guerra
mondiale, quella storica «adunata» - non solo era
stata
distrattamente equivocata o confusa dagli osservatori esterni con uno
qualunque dei tanti convegni patriottici organizzati in quell'epoca
dagli ex-interventisti e/o ex-combattenti, ma - non aveva nemmeno avuto
il tempo materiale di essere adeguatamente pubblicizzata né
ponderatamente ed appropriatamente organizzata dai suoi stessi
specifici promotori.
In altre parole, considerando che le situazioni di contingenza del
Paese fossero più che mai imperiose ed incalzanti, l'allora
direttore del "Popolo d'Italia", Benito Mussolini, e quello sparuto
manipolo di camerati che lo attorniava e lo sosteneva sin dal 1914-15,
avevano per così dire tentato di anticipare gli eventi che
immancabilmente si avvereranno nei mesi successivi e, di conseguenza,
avevano goliardicamente e copiosamente improvvisato.
L'annuncio per la convocazione di quell'Assemblea, infatti, dopo un
primo fugace appello lanciato dal futuro Duce l'11 Gennaio del 1919,
aveva incominciato ad essere sistematicamente pubblicizzato, sul
«Popolo d'Italia», soltanto a partire dal 2 Marzo
dello
stesso anno. Cioè, esattamente diciannove giorni prima
dell'incontro preparatorio (21 Marzo ) di quel convegno e ventuno,
dall'effettiva data di quel fatidico raduno (23 Marzo).
Risultato: alla vigilia di quell' «importantissima
riunione» (come lo stesso Mussolini l'aveva fin lì
definita), l'iniziativa in questione era riuscita a malapena ad
attirare o a suscitare, in tutta la Penisola , soltanto 400 adesioni
individuali (verbali o scritte) ed una trentina di conferme collettive
di sostegno da parte di qualche associazione di reduci, di mutilati e
di studenti.
Il 23 Marzo del 1919 - la data scelta dai futuri Sansepolcristi - era
una domenica come tante altre. Milano - svestitasi temporaneamente del
suo tradizionale e laborioso
dinamismo feriale - si era, in quel giorno, apaticamente risvegliata
sotto un'intermittente e noiosa pioggerellina primaverile. E piazza San
Sepolcro, raramente frequentata nei giorni festivi, appariva agli
occasionali passanti, appena un po' più animata del solito.
Già dalle prime ore del mattino, infatti, diversi capannelli
di
persone, incuriosite o interessate, si erano spontaneamente costituiti
dal lato opposto dello stretto piazzale che tuttora fronteggia la
prominente basilica affiancata dai due caratteristici campanili
romanici. E quell'inconsueto e sorprendente assembramento - con la sua
attenzione principalmente rivolta all'indaffarato andirivieni che
regnava davanti al portone d'ingresso del neoclassico ed, in quel
tempo, abbastanza malridotto e fatiscente Palazzo Castagni (sede
designata per quella riunione) - faceva da estemporanea e surreale
cornice al quadro piuttosto assembleare e senz'altro effervescente di
quel rumoroso e singolare convegno.
All'interno di Palazzo Castagni - sede in quel tempo del Circolo per
gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli della provincia di
Milano ed i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non
certo «benevolmente concessi» dai responsabili del
Capitalismo lombardo, come ebbero più tardi a pretendere i
cosiddetti antifascisti della venticinquesima ora! - c'era di tutto:
combattenti, arditi, volontari e mutilati della Prima Guerra mondiale,
studenti, operai, commercianti, imprenditori, liberi professionisti,
disoccupati, poeti, artisti, ex-interventisti, socialisti
rivoluzionari, sindacalisti, anarchici, nazionalisti, futuristi,
repubblicani, monarchici, massoni e, perfino, alcuni israeliti. E fu
davvero un «miracolo» che la risicata e tetra
«sala
dei Commercianti» di quel Circolo riuscisse addirittura quasi
a
riempirsi con un centinaio di presenze effettive,tra cui - oltre i
soliti curiosi e qualche poliziotto in borghese - soltanto 53 o 54
delegati dei nascituri Fasci.
Un reale fallimento, da un punto di vista formale. Ed uno strabiliante
ed incalcolabile successo, se viene presa in considerazione la
specifica qualità e la profonda sostanzialità di
quell'avvenimento!
Quel giorno, infatti, al di là delle roboanti e bellicose
dichiarazioni di principio che furono immancabilmente pronunciate dai
diversi intervenuti, non furono soltanto gettate le basi di quello che
più tardi diventerà il Fascismo Italiano. Quel
giorno, se
vogliamo, venne ri-inaugurato l'antico, naturale, umano e sempre valido
metodo di fare politica all'interno della società: fissare,
cioè, un obiettivo o uno scopo da raggiungere e chiamare
indistintamente ed indiscriminatamente a raccolta tutti coloro che
direttamente o indirettamente - al di là di qualunque schema
ideologico, politico o partitico preconcetto - sono pronti con il loro
cuore, il loro spirito, la loro mente e/o le loro braccia ad implicarsi
personalmente e concretamente in quell'impresa comune, per tentare di
contribuire quotidianamente e fattivamente alla libertà,
all'indipendenza, all'autodeterminazione ed alla sovranità
del
proprio Stato, nonché al benessere, alla fierezza ed alla
dignità del Popolo e della Nazione di cui si fa parte.
Ancora oggi, persino tra gli stessi «Fascisti» o
presunti
tali (il più delle volte, politicamente ottenebrati dalla
rituale e ciclica "corsa alle sedie" democratica o ideologicamente
forviati da più di cinquant'anni di quotidiana e
ossessionante
propaganda antifascista.), ci si continua a meravigliare che un tale
avvenimento abbia potuto effettivamente realizzarsi. Oppure, che - in
quell'occasione - "tutto" ed il "contrario di tutto" abbia potuto
incoerentemente ed inverosimilmente confluire in quel modesto e
contraddittorio alveolo e, da irrisorio e maldestro ruscello,
trasformarsi dapprima in torrente impetuoso ed, in seguito, in fiumana
straripante e travolgente.
Oggi, tentare di descrivere quel particolare episodio della nostra
Storia, sembra davvero come raccontare una favola. Eppure, fu
semplicemente Storia. Storia di uomini e di volontà umane
che
tenacemente vollero ed arditamente
e decisamente seppero raggiungere l'obiettivo che si erano liberamente
e sinceramente imposto di conseguire. Quella loro Storia, ancora oggi,
se ancora ce ne fosse bisogno, è là per
dimostrare al
mondo che quando si vuole, si può. E che il semplice buon
senso
e l'antica «arte del fare», quando sono
opportunamente
«conditi» con un po' di coraggio e di abnegazione
umana,
oltre ad essere la migliore ricetta di ogni sana politica, sono sempre
in grado, in ogni momento della Storia, di sconfessare qualunque tipo
di teoria preconcetta ed, allo stesso tempo, di contraddire, inficiare
o stravolgere qualsiasi preteso, inevitabile o dogmatico "senso della
storia"!
IN MEMORIA DI BEPPE
NICCOLAI
"Denunciare
i nemici mortali che sono dentro di noi: la partitocrazia che genera
professionismo politico contro la militanza; la casta contro
l’impegno morale; la burocratizzazione; la corte e i
cortigiani;
la tendenza a ridurre il partito periferico ad un rete di piazzisti del
voto, e che conduce ad una selezione verticistica della classe
dirigente secondo le fedeltà, non alle linee ideali, ma alle
persone che hanno il potere".
Beppe Niccolai
“Io sono più a sinistra dei comunisti, anche di
Ingrao; il
PCI è uno dei più a destra dei partiti italiani
poiché ormai è diventato anch’esso il
braccio
secolare del neo-conservatorismo americano”.
Beppe Niccolai.
«Se n'andò in Africa, leticando con Buffarini
Guidi,
abbandonando il Corso Allievi Ufficiali e lasciando quella Divisione
Folgore in formazione a Tarquinia, nei cui ranghi era corso primo fra i
volontari universitari italiani, insieme a Luigi Bertini e Luciano
Ciucci. Anche l'andare
in guerra era ritenuto bisogno primario della Nazione, sacrificio di
sé, quindi, in pro d'Altro». (su "Beppe Niccolai",
Vito
Errico, da "Tabularasa", anno IV, n° 4)
Nel ventesimo anniversario della sua scomparsa la comunità
politica di Socialismo Nazionale, non può certo mancare di
rammentare la memoria del grande pensatore, camerata toscano Beppe
Niccolai prematuramente scomparso il 31 ottobre di cui
vent’anni
or sono all’età di 69 anni, proprio di
più
perché molti sono oggi (troppi) coloro che intendono
strumentalizzarlo a loro beneficio insultandolo con l'accostamento alla
parola "destra".
Non possiamo certo dimenticarlo sicuramente come nostro padre
spirituale, nonché profeta e predecessore della nostra
azione
politica; ma allo stesso tempo non possiamo certo dimenticarlo come
esempio morale di lealtà e giustizia nei rapporti umani,
nella
chiara militanza politica, e nella sua indiscussa fedeltà
all’idea.
La sua valorosa esistenza di soldato politico sempre leale di fronte a
tutto e a tutti, non può che aver tracciato un solco
preponderante e non sottovalutabile nei nostri cuori di Uomini Liberi e
nelle nostre battaglie d’oggi.
Nato in quel di Pisa il 26 novembre 1920 Beppe Niccolai cresce
velocemente nel clima umanistico di casa sua, grazie soprattutto al
padre, preside di liceo e provveditore agli studi.
Nella grande biblioteca paterna si formò presto una
coscienza
politica e divenne fascista, nel suo significato rivoluzionario del
termine.
Laureato in giurisprudenza e militante nelle organizzazioni giovanili
fasciste, Niccolai ne sposò in pieno il pensiero e l'azione
partendo giovanissimo come volontario di guerra in Africa
Settentrionale distinguendosi per il suo coraggio e valore.
A seguito al Colpo di Stato borghese del 25 luglio ed al tradimento
dell’8 settembre 1943 Giuseppe Niccolai matura la sua
adesione
politica morale e militare alla Repubblica Sociale Italiana,
intravedendo fin da subito nei suoi programmi sociali il trionfo del
proprio fascismo e la piena affermazione di quel Socialismo Nazionale
da lui sempre attesa.
Combattente repubblicano, al momento della disfatta della 1ª
Armata Italiana, viene catturato dagli inglesi e insieme ad altri
volontari italiani come Roberto Mieville finisce nel
“Fascist's
criminal camp” di Hereford, nel Texas.
Molti anni prima delle rivelazioni di Bacque sul genocidio dei soldati
tedeschi, Niccolai aveva altresì più volte
evocato le
dure condizioni degli italiani nei campi di prigionia americani
nonché l’inciviltà ed il freddo cinismo
degli
statunitensi, una realtà da svelare, sempre più
scomoda
per chi da anni detiene il potere nel mondo.
In effetti la vita fu molto dura per i 15.000 italiani che rifiutarono
di collaborare con gli alleati, non pochi furono quelli presto passati
per le armi, ancor di più del resto quelli deceduti a
seguito
delle disastrose malattie contratte in campo di concentramento, basti
ricordare l’infelice e pure nascosta sorte che
colpì il
malcapitato Mario Gramsci (fratello minore del leader comunista).
Dal dopoguerra membro del Movimento Sociale Italiano Niccolai dedica la
propria battaglia politica alla ricerca dei principi sociali e
nazionali accarezzati come altri nelle file della Repubblica di
Mussolini.
Sempre in contrasto verso i deviazionismi a destra dei vertici missini,
Niccolai anche da parlamentare missino agirà sempre
rispondendo
alla propria coscienza di Uomo Libero e socialista nazionale, prima
ancora che al partito ormai indirizzato verso una deriva
liberal-conservatrice , clericale e massonica. Un partito che
indubbiamente da tempo non era più il suo, ma che mai
abbandonerà nel vano e disperato tentativo di riportarlo
alla
propria fonte, e alle proprie radici identitarie e sociali.
Purtroppo la storia è andata come è andata, ma
certamente
la memoria di Beppe Niccolai non potrà mai essere cancellata
dai
vari arrivisti e manutengoli del sistema; una memoria spesso
strumentalizzata anche ai nostri giorni da parte di chi più
volte facendone appello, gioca in realtà le carte del nemico
comune, facendo buon viso a cattivo gioco.
Estraneo dall’identificarsi e porsi sotto qualsiasi
aggettivazione della “destra”, per anni si
dichiarerà un “fascista di sinistra”
sempre alla
ricerca di quella mitica Terza Via con cui la storia mantiene ancora un
conto in sospeso.
Una persona Niccolai che non aveva certo dimenticato le proprie radici
e la propria storia per la malefica strada del potere e della
tentazione. Discepolo del fascismo “eretico” di
Berto
Ricci, Niccolai intravide nel pensiero e nell’opera del poeta
fiorentino la stella guida delle sue avventure politiche; ma il suo
nome non manca di riecheggiare neanche l’immensa biografia di
Nicolino Bombacci, da lui spesso ricordato e riportato come esempio di
vita in non pochi dei suoi focosi interventi.
Sempre in lotta sia all’interno del partito cui
rappresentava,
sia al di fuori verso chiunque venisse a meno alla propria coscienza
morale; certamente nella sua vita breve ma intensa di passione, il suo
ultimo grido di voce fuori dal coro si farà sentire
attraverso
le pagine de “L’eco della Versilia”, di
cui presto
lascerà il timone nelle mani del suo grande affettuoso amico
e
compagno di lotta che pure ricordiamo Antonio Carli (scomparso nel
2000), che ne tramuterà il nome in
“Tabularasa”.
Stimato per la sua onestà e schiettezza anche dai suoi
avversari
politici, Niccolai ha sempre mantenuto il suo volto di coerenza e
franchezza, anche quando si scagliò apertamente senza remore
o
timori a difesa del leader comunista di Lotta Continua Adriano Sofri.
Che dire infine su di un uomo di cui non basterebbero le pagine di un
libro per riesumarlo a giusto titolo; se non che la sua figura e la sua
traccia di maestro politico e umano vive tutt’oggi e per
sempre
nei nostri cuori e nel nostro spirito di socialisti nazionali, non
sapremo.
Un’impronta la sua che non potrà mai abbrunire col
passare
del tempo, poiché nel nostro percorso a distanza di
vent’anni dal suo addio tale impronta risplende sempre viva
di
luce, e per sempre risplenderà ogni giorno della nostra
militanza e della nostra esistenza.
Un esempio per le presenti e le future generazioni.
CAMERATA BEPPE NICCOLAI: PRESENTE!